L’esperienza emozionale correttiva si verifica tutte le volte che diamo un compito ad un soggetto che lo risolve sebbene abbia dichiarato di non esserne in grado.

      La condizione dell’Esperienza Emozionale Correttiva fu introdotta da Alexander negli anni ’30 ed ebbe una certa risonanza nel mondo psicoanalitico di allora in quanto rigettava in soffitta il metodo delle libere associazioni e l’obiettivo di ricercare il trauma analizzando l’inconscio, come era successo con Freud. L’esperienza emozionale correttiva ha dato luogo, sia nella vita reale che in contesti di psicoterapia, a cambiamenti a volte sorprendenti.

Il caso che riporto può essere considerato un successo del metodo paradossale  davanti al fallimento del metodo più di prima al fine di ottenere un vero cambiamento.

 

Salvatore

 

      Una volta insegnavo a Pianura a Napoli, ai ragazzi che frequentavano la scuola media. Mi sono toccati alunni di diverso livello culturale ed estrazione sociale.

     In certi ambienti c’era l’abitudine tra i ragazzi di toccare il sedere agli altri ragazzi per provocarli e sottometterli.

     Quando un ragazzo si sentiva toccato reagiva spostandosi e, fortemente irritato fino ad essere rabbioso, rispondeva con vivaci proteste e dure minacce. Qualsiasi fosse la reazione del compagno, il bullo gridava: “tien a chiammat d’ò ricchione”, e giù con l’accusa infamante fino a provocarne il pianto.

      L’aspetto sessuale appariva fondamentale e si sa quanto un ragazzino di dodici anni può essere vulnerabile sotto questo aspetto.

     Il solito bullo si distingueva particolarmente ed era diventato il tiranno della classe e in particolare per un gruppetto che aveva preso di mira.              Poggiava la mano sul didietro del compagno e lo accusava di provare            piacere e quindi, deridendolo e insultandolo, lo esponeva al pubblico ludibrio che era un gay.

      Inutile raccontarvi delle urla, gli insulti nel fuggi fuggi tra i compagni quando costui si esibiva nel suo “numero speciale” tutti i giorni.

     Noi insegnanti lo punivamo ogni volta (quasi) ma il suo passatempo preferito era per lui di un tale godimento che non gli facevano nulla le punizioni che riceveva.   Anche io reagivo con severi richiami e punizioni ma non c’era nulla da fare, non la smetteva quel suo odioso comportamento a dimostrazione diremmo ora della inefficacia del metodo a cui abbiamo accennato poco fa denominato “più di prima”.

      Un giorno mi venne un’idea.

      Quella volta mi limitai solo a trattenerlo ed evitare la reazione violenta del malcapitato di turno. Mi ripromettevo di dirgli qualcosa che avrebbe avuto di sicuro qualche effetto su di lui. Aspettavo l’occasione giusta per rivolgermi a lui direttamente e in presenza di pochi altri come poi accadde al tavolo della mensa.

      Gli dissi: “Vedo che ti diverti a toccare il didietro dei tuoi compagni maschi. Immagino che tu conosca bene il modo come i gay si dilettano con gli altri dello stesso sesso”. Ci fu un attimo di incertezza in lui.

     Quelle parole devono essergli pesate al punto che il suo atteggiamento baldanzoso sembrò smorzarsi di colpo.

      Approfittai del momento e continuai.

    “Ai maschi gay piace toccare il didietro degli altri maschi, tu sei gay?”.

     Iniziò da quel preciso istante a dare risposte sconclusionate per nascondere l’imbarazzo.

    Poco dopo trovò una scusa per uscire.

   Quelle poche parole riuscirono a fare smettere Salvatore a compiere quell’atto per tutto l’anno scolastico e, direi, per sempre.

      L’inizio del cambiamento di Salvatore si era realizzato tramite comportamenti che oggi potremmo definire col termine introdotto da Alexander: esperienza emozionale correttiva.

      In Salvatore l’esperienza benevolmente traumatica era consistita nella immediata revisione di tutte le convinzioni radicate nel ragazzo fino a quel momento determinandone il cambiamento repentino.

     Alle qualità e agli imprevisti della percezione assegniamo anche il compito di dirigere il nostro pensiero e le nostre convinzioni. Se mi convinco di qualcosa, la sicurezza di incidere sull’ambiente diversamente da prima provocherà negli altri un atteggiamento che avrà su di me una ripercussione favorevole.

      Anche l’intervento che vi presento di seguito si serve del metodo paradossale per affrontare un problema. Il fatto sorprendente è che per ottenere il cambiamento basta convincersi di qualcosa, proprio come accadde per Salvatore e questa convinzione ristruttura in un attimo senza il bisogno di lunghi metodi persuasivi.      

      Nel caso che vi presento di seguito, una segretaria di un’azienda aveva il problema di rispondere per le rime a un dirigente il quale, in tali occasioni, reagiva offendendola. Quest’uomo sembrava irritato dall’atteggiamento di sicurezza ostentato dalla donna. 

 

 

L’invenzione di Bellac[1]

 

      Una donna svolgeva il lavoro di segretaria. Il capoufficio mostrava segni di supremazia e ritorsione ogni volta che la donna commentava con propositi positivi il da fare. La cosa era diventata difficile e stava in procinto di licenziarsi.

      Consultò gli esperti del MRI, il gruppo storico di esperti di strategia comunicativa del Centro di Palo Alto in California per un aiuto. Dopo un esame della situazione il gruppo chiese alla donna che, al prossimo comportamento aggressivo di lui avrebbe dovuto chiamarlo in disparte e dirgli: “E’ da tanto tempo che volevo dirglielo, ma non sono mai riuscita a trovare le parole…  E’ una follia, ma quando mi tratta come ha fatto prima mi sento rimescolare tutta. E’ un turbamento che mi sfugge… Non so spiegarmelo…  Forse c’entra con mio padre”.  Subito dopo doveva uscire alla svelta dalla stanza prima che lui potesse dire una parola.

      Quando ritornò raccontò agli specialisti che proprio il mattino dopo quella seduta il comportamento del direttore era improvvisamente cambiato e che da quel momento era stato educato e conciliante sebbene lei non avesse messo in atto il comportamento suggerito.

      Gli autori così commentano l’accaduto.

Se ci fosse bisogno di una prova che la realtà è ciò che abbiamo convenuto di chiamare realtà, tale forma di cambiamento potrebbe fornircele. A rigor di termine nulla era veramente cambiato nel senso che non c’era stata tra quelle due persone nessuna comunicazione o azione esplicita. Ma a rendere efficace questa forma di soluzione dei problemi è il fatto che l’interessato sappia di poter ora affrontare in modo diverso una situazione che in precedenza gli sembrava minacciosa. Il cambiamento prodotto non è il risultato di un insight (comprensione) ma di una percezione che ha agito anche se il comportamento prescritto non è mai stato effettivamente adottato.” (Dall’Apollo di Bellac; P. Watzlawick, 1974).

[1] Tratto da: Change di P. Watzlawick, 1974