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Vuoto e Pieno

ovvero, il pregiudizio della psicoanalisi  

 In questo scritto vi svelo il segreto per iniziare a occuparsi di se stessi in modo più produttivo; dovete solo fare attenzione a come certi ragionamenti vi portano a permanere nel vostro stato di malessere.

Vi riporto la lettera di una persona che mi ha scritto qualche tempo fa.

“Ero perfettamente consapevole di avere dei vuoti dentro di me ed ero perfettamente consapevole che quegli stessi vuoti erano la causa del mio star male, il motivo delle mie turbe e delle mie angosce, del mio patire”. 

[Essendo il senso di vuoto la causa del suo star male il nostro amico trae una conclusione che è un paradosso. Il paradosso consiste nell’attribuire al suo malessere, cioè al senso di vuoto,  la sua trasformazione in “vuoto”, cioè una condizione materiale e non più metaforica. Infatti, il senso di vuoto non è la condizione materiale di “vuoto”. Se una metafora diventa reale allora è un paradosso; come <sanguinare per una frase “tagliente”>].

  “Sapevo che il modo per “risalire” la china e ritrovare, sia pur vagamente, un senso alle cose che mi circondavano e conseguentemente un senso alla mia stessa esistenza, consisteva nel porre un rimedio a tale vuoto”.

[Il rimedio al suo vuoto consisterebbe nel colmare il vuoto inteso come la mancanza di qualcosa. Si tratta di un pregiudizio molto comune: il vuoto deriva da una mancanza e la mancanza non può che essere affettiva. Nessuno esclude che le mancanze affettive possono provocare “un vuoto dentro”, ma non dice quale può essere il rimedio.]

“La cura poteva consistere nel tappare quel vuoto, sentito come una voragine della mia coscienza, riempendolo delle cose più disparate : tante persone di cui circondarsi, denaro, una buona immagine di sé, sesso e senso di competizione”.

[Tutte cose astratte, quanto il vuoto, giusto, ma che rappresentano per il soggetto una “Tentata soluzione” che tende a negare il cambiamento. La persona si attribuisce il merito di sapere cosa fare e ne fa menzione ma si tratta di rimedi spicci come avere soldi, il sesso e amici. Vedremo che il riferimento alquanto sbrigativo e superficiale fatto qui, vuole apparire come  il metodo che qualsiasi psicologo userebbe ]. 

“Avrebbe certamente funzionato, tuttavia con l’inevitabile controindicazione di essere stato poi costretto ad impegnarmi costantemente e perennemente per garantire il mantenimento  della condizione acquisita onde evitare il pericolo che uno svuotamento, anche parziale della voragine riempita, avesse potuto rivelare il vuoto che era stato meramente celato”.

[Tuttavia il nostro amico da per scontato che un tale riempimento del vuoto sia solo un palliativo e non rappresenterebbe la soluzione al suo problema depressivo].

“Adottando questa cura sarebbe stata vietata la solitudine, sia pur temporanea, così come sarebbe stato altresì vietato fermarsi, non produrre, non consumare e non curarsi del giudizio altrui.

L’altro rimedio consisteva nel “ricucire” quella voragine anziché limitarsi a riempirla.
Ricucire quello strappo che i miei sensi e le mie viscere sentivano di aver subito. Ma per fare questo sarebbe stato necessario lavorare sulle fibre nervose e nella carne, trovando il motivo ed il modo per allentarle, onde consentire di poterle addolcire e riplasmare, permettendo ai tessuti di trovare nuova uniformità e magari elasticità”.

[Ci si attendeva un intervento del subconscio ed invece il nostro amico fa riferimento alle strutture corporee materiali – a meno che non si richiami ancora una volta ad una metafora. In questo caso “addolcire” e “riplasmare” potrebbe essere riferito in modo indiretto alla pratica psicoanalitica di “ristrutturazione dell’ io” con le libere associazioni e le interpretazioni. Ricucire anzichè riempirla farebbe la differenza. Qui si richiama il luogo comune psicoanalitico che se i cambiamenti non sono stati graduali e frutto della teorizzazione essi non permarranno. Se questa considerazione è giusta non si comprende perchè il soggetto non si sia rivolto ad uno psicoanalista. Forse perchè le ristrutturazioni psicoanalitiche richiedono molto tempo (si parla di almeno 2-3 anni di media) e spese eccessive? Detto tra noi ho conosciuto pazienti che provenivano da lustri di analisi senza avere risolto definitivamente il loro problema].

“In questo modo anche attraverso la solitudine, le difficoltà economiche e sociali, le malattie ed il dolore, vi sarebbe stata la presumibile certezza di non avvertire quel senso di morte innaturale rappresentata dal vuoto dentro sé.
Affascinato e perennemente tentato ho provato a percorrere la prima strada, tuttavia senza la necessaria energia o forse senza avere avuto il coraggio di sopportarne il peso delle relative controindicazioni. 
Non mi resta che percorrere la seconda strada, ma a quale prezzo?

[Il paziente dice che ha tentato la strada della psicoanalisi ma non ha funzionato. Poi, trova anche una motivazione: senza l’energia e senza la forza. Si attribuisce la colpa dell’insuccesso. Per “seconda strada” egli si riferisce a quella che lui definisce “di riempimento”, con la remora del pericolo di “svuotamento”. Come si può osservare dalle metafore egli si riferisce al modello idraulico di riempimento e di svuotamento tanto caro alla teorizzazione ottocentesca freudiana. Un’altro punto è decisivo per la prognosi di questo paziente: egli non crede in nessun altro metodo che non quello idraulico del riempimento e dello svuotamento per cui il suo pregiudizio funzionerebbe come “la profezia che si autodetermina” e rifiuterebbe o accoglierebbe con riserva le prescrizioni altrui, rendendo in questo modo difficile se non impossibile il cambiamento. Egli si trova allora come in una trappola: da una parte non può ricorrere alla terapia psicoanalitica per le ragioni che cita, mentre dall’altra nemmeno a qualsiasi altra in quanto non ci crede. Purtroppo, tale soggetto è destinato a perpetuare la sua sofferenza].

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