Questa frase attribuita a Ippocrate, esprime bene il contenuto dell’episodio che vi racconto in questo scritto.

          Un uomo di 58 anni mi chiese di aiutarlo a ridurre la sua forte ansia che gli aveva procurato alcune difficoltà personali, la più importante delle quali era una colite che si presentava sotto forma di percezione di incontinenza. Associato a questo, Fausto soffriva di dolori addominali quasi costantemente ed era molto preoccupato per la sua salute, tanto che si allarmava per qualsiasi dolore sospetto.
Il rapporto con la moglie si era logorato da tempo e lui oramai ultracinquantenne si era rassegnato a non chiederle il sesso. Di carattere chiuso egli affermava di avere un ottimo rapporto con il figlio unico (30 enne) con cui condivideva varie cose.
Il motivo vero per cui era venuto in terapia era perché vietava al figlio di usare l’auto in quanto il figlio alla guida gli procurava una serie di sintomi che lui non riusciva a sopportare.
Fausto era rammaricato di questo fatto e si dispiaceva che il figlio non potesse prendere l’auto per colpa sua neanche per cose importanti. Ovviamente il figlio era convivente e possedeva la patente di guida. Il padre confessava che il rapporto con il figlio si limitava a una comunicazione superficiale sebbene insistesse che il loro fosse un “ottimo rapporto”.
Il divieto del genitore era esclusivamente morale. Il figlio infatti, non voleva contraddire il padre il quale si sentiva male quando il figlio prendeva l’auto, soprattutto quando lui gli sedeva accanto.
Comunque, il figlio era così ligio al divieto morale del padre che veramente non prendeva mai l’auto oramai da alcuni anni; 4 per la precisione, cioè da quando possedeva la patente di guida.

Dato che ho un rapporto alquanto chiaro e onesto con i miei pazienti domandai a Fausto fin dalla prima seduta perché egli non si era domandato il motivo del mancato dissenso del figlio e della conseguente, eventuale, scelta da parte sua di prendere l’auto nonostante il divieto del genitore. A questa domanda non rispondeva; e quando gli domandavo se ciò ai suoi occhi fosse normale lui si dilungava su quanto fosse “normale” il loro rapporto.
Allora mi decisi a informarlo su alcuni meccanismi psicologici che agiscono a livello relazionale e non costituiscono un disturbo del singolo ma è la stessa relazione a risultarne compromessa.
Come a dire che certi discorsi vengono coperti dal silenzio per paura che questi disturbino l’equilibrio fino a quel momento instaurato e che senza il quale poteva insorgere il disordine.
Spiegai anche che questi “non detti” fanno parte di storie comuni in molte famiglie e che forse sarebbe stato il caso di fare venire a consultazione anche il figlio. Questo mi avrebbe permesso di valutare la mia ipotesi che il disturbo includeva la relazione tra loro e non fosse un fatto esclusivamente individuale.
Mi dilungai -come faccio spesso- sull’argomento, citando casi e autori e invitandolo a leggere scritti sull’ argomento. Inaspettatamente però il signor Fausto mi scrisse una mail qualche giorno dopo, nella quale mi annunciava la sua interruzione della psicoterapia in quanto non confacente alla sua realtà.

Niente di più chiaro. Pur di non affrontare in modo più approfondito la relazione col figlio e addivenire ad un chiarimento forse esaustivo, il signor Fausto preferì non affrontare e continuare a mantenere il suo sintomo.
Spesso ci domandiamo come mai le persone che accettano di intraprendere un percorso psicoterapeutico, con tutto quello che comporta questa scelta in termini di tempo, impegno e spesa economica, poi compiono delle azioni assolutamente contraddittorie e controproducenti.
La mia interpretazione è che queste stesse persone, nel compiere queste azioni così irrazionali non fanno altro che riprodurre l’origine della loro incapacità di affrontare senza evitare.
Forse è qui il segreto di un serio impegno a superare le proprie difficoltà emotive e comportamentali, quello di imparare ad affrontare e smettere di rinviare o nascondersi. Per ottenere cambiamenti e usufruire al meglio della psicoterapia bisogna in primo luogo porsi in collaborazione con lo specialista, apprendere a modificare alcune credenze circa il proprio funzionamento e anche una certa dose di coraggio.