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Pensiero ed emozioni

William James tra Freud e Jung

William James tra Freud e Jung

Il modo con cui concettualizziamo la realtà, cioè, attribuiamo significato agli eventi, alle relazioni e al rapporto che abbiamo con gli altri, definisce le nostre risposte emotive.

Esaminiamo il seguente fatto.

Mentre state camminando qualcuno sbuca improvvisamente dal buio. Il fatto vi provoca una intensa emozione di paura. Contemporaneamente vi sentite il cuore in gola e una sensazione di agitazione pervade il vostro corpo.
Ci domandiamo: cosa viene prima la paura o l’agitazione ? Siamo propensi a rispondere che prima uno abbia paura e poi il corpo risponde a questa paura.

Per dare una risposta al nostro quesito cioè, cosa viene prima l’emozione o il pensiero, dobbiamo conoscere alcune delle teorie più importanti sulle emozioni. Anche se sembra intuitivo attribuire alle emozioni un carattere di immediatezza e naturalità, una spontaneità tutta umana di vivere certe sensazioni verso le quali il pensiero non si può opporre. Non possiamo non avere paura se si presenta un animale feroce pronto ad aggredirci, non riusciamo a frenare una forza istintiva, a provare ribrezzo per un corpo in putrefazione, per i vermi o per gli insetti; non riusciamo a frenare la nostra compassione e il pianto per un bambino che soffre o la rabbia per una ingiustizia o un abbandono. Le malattie traumatiche ne sono una testimonianza evidente nell’esperienza di ciascuno.

Da questo punto di vista sembra banale anteporre il pensiero come causa delle emozioni. Eppure se stiamo da soli e andiamo col pensiero a certi eventi passati, belli o luttuosi, certamente si presenta sul nostro volto il sorriso oppure l’espressione attonita o triste per la nostalgia. Quindi, in assenza di qualsiasi evento esterno ma solo evocando un ricordo è possibile vivere delle emozioni e manifestarle. Questa è anch’essa una evidenza di tutti i giorni.

Proviamo però ad esaminare la questione da un punto di vista appena diverso. Un bambino piccolo avrà paura di un animale feroce? Certamente no in quanto il bambino non ha consapevolezza del significato. Capita del resto anche a noi che se non conosciamo gli effetti deleteri di qualcosa non dovremmo aver paura.
Secondo il grande psicologo di Harvard William James i cambiamenti corporei avvengono per primi e poi – in risposta a questi cambiamenti – si sente la paura. Come dire che se vedo un orso che mi viene incontro all’improvviso, prima mi agito e poi avrò paura.
Sembra assurdo ma nella teorizzazione dello scienziato “proviamo tristezza perchè piangiamo, ci arrabbiamo perchè picchiamo, abbiamo paura perchè tremiamo…”.

In effetti, questa teoria formulata più di un secolo fa ricevette alcune critiche ma anche conferme. Una critica fu proposta dal grande fisiologo Walter Cannon il quale riteneva che i cambiamenti corporei associati alle emozioni hanno luogo troppo lentamente mentre la paura sopraggiunge immediatamente. Quindi la paura viene prima delle trasformazioni fisiche nel corpo. Ma come possiamo spiegarci le dichiarazioni di persone che sono state vittime di gravi danni alla spina dorsale in seguito a incidenti quando veniva loro chiesto se le emozioni erano ora uguali o inferiori a prima dell’incidente? Quelli che avevano subìto lesioni più cervicali, cioè più vicine alla testa, dichiaravano che le attuali sensazioni emotive erano molto meno intense rispetto a prima, mentre quelli che avevano subìto lesioni più lombari, cioè più distanti dalla testa, risposero secondo un grado minore. La conclusione sembra dar ragione alla teoria di James e cioè, per provare emozioni forti è necessario avere qualche tipo di retroazione dal proprio corpo – delle indicazioni sulle reazioni fisiologiche che hanno luogo.

Il nostro sistema delle emozioni sembra rispondere a una logica e a delle convinzioni.
Dal momento che i bambini piccoli non provano paura nella maggior parte delle condizioni in cui la provano gli adulti, sembra che la ragione fondamentale risieda nella differenza delle conoscenze presenti negli adulti. Noi adulti abbiamo motivo per avere paura di un animale e non di altri, di un leone e non di una giraffa, di una vipera e non di una biscia; proviamo ribrezzo per un ratto e non per un criceto in quanto sappiamo della pericolosità dell’uno rispetto all’altra, della repulsione socialmente appresa del topo rispetto al criceto o allo scoiattolo o al castoro, della conoscenza che la vipera è velenosa mentre la biscia no. In definitiva è la nostra mente che ci avverte se avere o non avere paura. Ma come spiegare la paura innata delle scimmie per i serpenti? E come spiegare quella innata degli esseri umani per le profondità? (Il fenomeno della buca visiva consiste nella deviazione che un bambino che gattona fa davanti a una buca coperta da un cristallo trasparente).
La risposta del nostro corpo, cioè, l’acquisizione del fatto che il nostro corpo è agitato, ci fornisce l’ulteriore informazione per preoccuparci e continuare ad avere paura. Ciò fornisce elementi a favore della teoria di James. La paura innata, invece, fa pendere la bilancia dal lato di coloro che credono che la paura giunga in assenza di qualsiasi pensiero, cioè prima del pensiero, come asseriva Cannon.

La seconda parte di questo articolo si trova in http://www.psicologo-napoli.it/emozioni-la-teoria-del-juke-box

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