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L’uomo che amava le donne

“L’uomo che amava le donne” è un film di Francois Truffaut del 1978 ma anche una canzone di Nina Zilli presentata al festival di San Remo nel 2010.

Ebbene, il soggetto è lo stesso e si riferiscono entrambi ad un uomo a cui piacciono le donne in un modo speciale. Il titolo non chiarisce che si tratta di un’attrazione fatale verso tutte le donne piacevoli in ogni momento e senza eccezioni. Ciò porta alla conclusione che l’uomo  di cui stiamo parlando è un seduttore e un amatore che si compiace di ritenersi un latin lover, un don Giovanni a cui difficilmente ne scappa una.

Il punto di vista dal quale vengono trattati questi uomini nel film e nella canzone è quello di un uomo che ne è il protagonista mentre nella canzone è una donna che parla del suo ex amante. Quello che hanno in comune entrambi i soggetti è più di una accondiscendenza: è vera compiacenza nei confronti di chi vive impunemente la condizione di “sciupafemmene” in una realtà culturale in cui non viene assolutamente presa in considerazione la sottomissione e l’uso delle donne al pari di oggetti che vengono presi e lasciati non appena il giovanotto ha accontentato le sue comodità sensuali e sessuali.
Non si può confondere la descrizione che Truffaut fa delle donne, la sua smania per le donne con quello che oggi noi chiamiamo sesso-dipendenza. Eppure il protagonista del film si mostra completamente pervaso da un sentimento misto con la sessualità. Potremmo chiamare in causa la Libido intesa come energia sessuale che muove ogni cosa ma avrei bisogno di un aiuto nell’interpretazione.
Nel film di Truffout l’atteggiamento che rasenta la deificazione delle donne come oggetto del desiderio viene portato ai più alti livelli; è come se lasciasse in secondo piano la condizione di oggetto e inducesse in chi osserva un sentimento di benevolenza. Nel brano musicale il senso della canzone è quello di una donna che continua a guardare l’uomo con ammirazione e riconoscenza e senza un briciolo di rancore, come per uno scambio alla pari nel rapporto che c’è stato. 

Entrambe le opere, nella loro rispettiva ottica, rappresentano condizioni che non infastidiscono e che riproducono lo specchio dei tempi in cui sono state prodotte.

 

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