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Freud e l’inconscio

La prova più consistente dell’ inconscio, ovvero che la nostra mente arriva a conclusioni non consapevoli da parte dell’interessato e di numerosi altri fenomeni, ci viene da casi drammatici di lesioni cerebrali. In questi casi una parte del meccanismo dell’ elaborazione percettiva funziona in modo del tutto separato dai meccanismi sottostanti alla coscienza. Alcuni sorprendenti aspetti dell’intervento dell’inconscio sono presenti in quella malattia che andava sotto il nome di Isteria e che oggi si chiama Disturbo di Conversione. E’ caratterizzato da uno o più sintomi neurologici come paralisi, cecità, parestesie che non possono essere spiegati da una malattia neurologica o internistica nota. Le persone affette da isteria entrarono subito nell’interesse di Freud il quale descrisse il caso di Anna O. che diventò presto il più importante caso della storia clinica di questo tipo di disturbo.
Gli effetti e le cause della perdita della memoria nei suoi aspetti più selettivi e ancora inspiegabili sono tutti argomenti che suscitano il nostro interesse. Fu proprio in quel caso che il giovane Freud introdusse il termine “conversione” che ipotizzò, proprio sulla base di quel lavoro, riflettessero conflitti a livello inconscio. Paralisi, cecità e mutismo sono i sintomi più comuni, mentre sintomi alle vie sensoriali sono l’anestesia, e le parestesie localizzate a braccia e gambe. Inoltre le anestesia sono a guanto o a calza ai piedi o alle mani. La cosa particolare che i soggetti con cecità riescono a camminare senza riportare urti o danni e le pupille reagiscono alla luce. Si tratta quindi di un disturbo essenzialmente emotivo autoindotto in quanto non ci sono compromissioni neuronali ne a nessun altro organo. I pazienti però non sono dei mistificatori in quanto vivono con angoscia il danno anche quando sono da soli. Le persone affette da isteria o disturbo di conversione, possono inconsciamente modellare i propri sintomi su quelli di un individuo per loro importante come un genitore appena deceduto.

Freud si mise in luce traducendo in lingua tedesca gli scritti di Charcot, apprendendone i metodi e l’uso dell’ipnosi nonchè aveva collaborato al trattamento di uno dei casi più famosi della patologia, quello di tale Anna O., che stravolse letteralmente le metodologie.
Sotto ipnosi, la paziente poteva “raccontare” le fantasie che provava al momento, dando così la possibilità di scoprire i traumi alla base delle manifestazioni isteriche. Alla fine della sua esperienza a Parigi, Freud era ormai pienamente convinto della validità universale delle teorie di Breuer. Freud iniziò la sperimentazione con il suo amico Breuer pubblicando successivamente i suoi studi. La convinzione di Freud era che nell’isteria il paziente sperimentava nuovamente l’originario trauma psichico. Il caso di Anna O. fu decisamente emblematico. Dalle sedute ipnotiche venne fuori che la donna aveva assistito l’amato padre, durante una terribile malattie in seguito alla quale dopo poco morì.  Lo stress emotivo fu tale da indurre uno squilibrio mentale in lei, poi corretto soltanto con il completo recupero di queste memorie soppresse. Il risultato raggiunto nel caso di Anna O. fu merito del metodo cosiddetto della catarsi di Breuer. Il sodalizio tra Freud e Breuer non durò a lungo in quanto Freud iniziò sempre più a considerare come agente eziologico la sessualità, mentre l’internista lo escludeva sdegnosamente. Freud proseguì il suo cammino recandosi a Nancy ed entrando in contatto con gli studi sull’ ipnosi di Bernheim e Lièbault; in particolare apprese il valore della suggestione, che poi utilizzò diffusamente nella sua terapia psicoanalitica. I risultati ottenuti tuttavia non convinse la conservatrice Società medica Viennese, i cui esponenti rimasero piuttosto freddi soprattutto nei confronti dell’idea di un’isteria maschile e di una paralisi artificiali. Freud basò la propria psicoterapia su tre pilastri (poi apprezzati universalmente): repressione, subconscio e sessualità infantile. Quest’ultima era ritenuta la principale causa delle nevrosi e rappresentava il conflitto fra l’impulso libidico e la resistenza alla sessualità (repressione), intesa sin dagli stadi iniziali dell’infanzia. Tale conclusione scatenò l’indignazione e la rivolta di gran parte del mondo scientifico e non solo, in quanto contrastava con l’ innocenza tradizionalmente assegnata a un’età “pura”. Dopo alcuni anni lo psicoanalista austriaco realizzò di aver commesso un errore: le memorie represse di molti dei suoi pazienti spesso non erano fatti realmente accaduti ma costruzioni mentali incubati nel subconscio. Come scrive egli stesso nella sua “Studi Autobiografici” quasi inconsapevolmente aveva descritto il “Complesso di Edipo”.

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