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Dare parola al dolore

Il legame tra il dolore risvegliato dalla terapia, il ricordo dei traumi passati e la liberazione attraverso la simbolizzazione e la messa in parole, è già molto chiaro al primo Freud degli Studi sull’isteria. 

Oggi noi abbiamo a che fare con gli stessi meccanismi quando si è vittime di traumi come quello capitato alla famiglia distrutta a Pozzuoli. Cosa dovrà subire il bambino superstite? Nell’articolo “Inghiottiti dalla terra a Pozzuoli” cerco di definirne i meccanismi psicologici che intervengono sia adesso che in futuro.

Nel caso dell’isteria scrive Freud (1892-1895, p. 302):
[…] di solito l’ammalata, all’inizio del nostro lavoro, era libera dal dolore; quando invece con una domanda o con una pressione sul capo provocavo un ricordo, si faceva subito notare una sensazione dolorosa, per lo più con tale vivacità da far sussultare l’ammalata e da farle portar la mano sul punto dolente. Il dolore in tal modo destato permaneva per tutto il tempo durante il quale l’ammalata era dominata dal ricordo, raggiungeva il suo culmine quando stava per pronunciare la parte essenziale e decisiva della sua comunicazione, e scompariva con le ultime parole della comunicazione stessa. Gradualmente appresi a utilizzare questo dolore risvegliato come una bussola; quando essa taceva ma ammetteva di sentire ancora dolori, sapevo che non aveva ancora detto tutto e insistevo per la continuazione della confessione sino a che il dolore non fosse trascinato via dalle parole.
Nell’isteria il dolore è tutto nel corpo, convertito in una serie di sintomi che vengono sciolti, liberati dalla messa in parole. Anche il dolore psichico viene liberato dalla messa in parole o dal passaggio a una modalità non verbale e implicita che esprime il nuovo, la libertà da legami pesanti e distruttivi, da vicende mortificanti.

Luigi Cancrini ha fatto di questa “arte della liberazione” (Cancrini, Vinci, 2013, pp. 6-7) la formula vitale della psicoterapia, e del “dar voce al dolore” (in primis quello inascoltato del bambino maltrattato e dell’adolescente) la sua vocazione, la sua professione, il suo impegno politico, la sua vita.
Date parole al dolore esprimeva già nel 1996 la visione complessa e allo stesso tempo semplice, chiara, immediata e coraggiosa di Cancrini, per i suoi risvolti dallo psicologico, all’etico, al sociale, al politico. Era un libro dedicato alla depressione, male dilagante dei nostri tempi, e Cancrini si scagliava contro chi, dandole una definizione genetica, privava il dolore lì racchiuso della sua possibilità di espressione.

Al contrario, come sintomo, la depressione protesta, parla, inveisce, chiede, sia pure nella totale passività e distruttività – e quindi deve trovare voce – di non essere azzittita dal farmaco.

Oggi, con Ascoltare i bambini, da Cancrini stesso definito “il naturale proseguimento” di quei due fondamentali volumi sulla traumatizzazione e la terapia che sono L’oceano borderline, pubblicato da Raffaello Cortina nel 2006, e La cura delle infanzie infelici (sempre Raffaello Cortina, 2012), questo autore ci consegna un altro pezzo della sua preziosa esperienza e riflessione clinica e scientifica, con un viaggio dentro il dolore in gran parte non visto e sommerso di quella minoranza dell’umanità, forse ancora più dolente perché senza diritti e non rappresentata dalla voce di leggi e dalla maggiore età, che è quello dei bambini maltrattati.

 Maltrattamento, abuso e perdita inducono cicatrici, come scrive Martin Teicher (2000), difficili da guarire o forse mai del tutto rimarginabili. E le ferite dei primi anni di vita, anni fondamentali per lo sviluppo del corpo-mente, della formazione dell’autostima, della rappresentazione di sé rispetto a un altro, dell’immagine corporea, del senso e del valore della vita umana, sono le più profonde. Se le traumatizzazioni,  psicologiche  sono sempre gravissime, ancora più gravi e distruttive per la psiche appaiono quelle subite da una figura di attaccamento, da una mano che avrebbe dovuto, invece che colpire, aiutare a far crescere, sostenere, lenire, accarezzare. Quello che si spezza è la fiducia in un altro a cui istintivamente (ed è la dinamica dell’attaccamento, comportamento relazionale primario a base biologica) il piccolo si rivolge per protezione e rassicurazione.

[Da: Ecologia della mente, 2017]

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