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Dallo psicologo? Mica sono matto!

avatarmancinoUn luogo comune, un pregiudizio che accomuna la pazzia con l’andare dallo psicologo deve essere sfatato e la conoscenza aiuta certamente a formarsi un idea più chiara e meno sospettosa del ruolo dello psicologo, della persona dello psicologo.

Incominciamo col chiarire chi è e cosa fa lo psicologo.
Lo psicologo è un professionista come tanti altri che ha seguito un corso di studi. 5 anni di università + un anno di tirocinio + un esame di stato. Per essere poi psicoterapeuta occorre una specializzazione quadriennale. E’ questo il percorso di studi che un giovane che parte a 18 anni conclude, se tutto va bene, a 28-30 anni. Si diventa psicoterapeuta e poi si inizia la professione.

Gli studi universitari dal 1985 in poi prevedono esami di biologia, statistica, genetica, neurofisiologia dell’attività psichica e psichiatria, mentre prima della riforma erano strutturati essenzialmente sulla filosofia e la letteratura specifica.
Adesso un giovane laureato in psicologia ha le nozioni per distinguere un comportamento psicotico da una nevrosi, una sindrome border line di personalità da un comportamento puramente eccentrico. Ma più di ogni altra dovrebbe saper distinguere una depressione bipolare, una distimia da una crisi depressiva occasionale derivante da cause ambientali come il lutto per la perdita di una persona cara o della perdita del lavoro.

Sono possibili varie modalità per aiutare una persona in crisi. Ma prima lasciatemi spiegare anche se sembra ovvio, cosa significa crisi.

Nella vita delle persone accadono cose che sono davanti ai nostri occhi e che a volte non si riesce facilmente a vedere. La crisi dell’adolescenza, l’innamoramento e poi, eventualmente, la crisi di abbandono generano stati emotivi particolari. Tutti siamo in grado di riconoscerli: entusiasmo ed estasi possono diventare in seguito ad un abbandono sconforto e passività. Si ha la sensazione di vuoto e di inutilità. La persona in crisi di abbandono soffre tanto da rinunciare ad andare al lavoro, a vedere le persone e desidera di morire.

Questi stati di prostrazione e di annientamento della personalità sono diventati, ahinoi, abbastanza comuni adesso che molti perdono il lavoro e si sentono annientati dal di dentro. Gli stati d’animo sono tumultuosi: rabbia che si alterna a rassegnazione; sensazione di perdita e di vuoto. Idee paranoidi si affacciano: “E’ certamente colpa di qualcuno”; “Il mondo mi sta punendo per qualcosa che ho fatto”. La disperazione predispone a pensieri vendicativi che poi sono accompagnati dalla moderazione per evitare di commettere qualcosa che potrebbe peggiorare la situazione; per i figli, per la compagna della vita. L’umiliazione ha il sopravvento. Anche pensieri fobici possono accompagnare questi stati. Si incomincia ad avere paura di tutto. Si diventa molto vulnerabili. Questo percorso porta a stati mentali che accomunano molte persone in questi mesi di crisi economica. La vergogna si alterna alla disperazione e alla rabbia.

Ognuno reagisce secondo la propria personalità. C’è chi si abbatte subito e chi si attiva a trovare quanto prima una soluzione alternativa; chi si crogiola nel disimpegno e chi non si rassegna e si adatta a qualsiasi lavoro, anche il più umile. C’è anche chi rinuncia e si accontenta dell’assistenza di qualche familiare.
Il danno che provocano questi stati emotivi interviene anche sulla personalità proprio come accade nei traumi di guerra. Le persone diventano più esposte e deboli e possono perdere tutta la dignità. Il peggioramento è un’altra possibilità.

La Psicologia Sociale e quella di Comunità dispone il sostegno a queste persone raccomandando di tenere sempre disponibile una rete di rapporti sociali, umani e relazionali.
A queste persone possiamo consigliare di continuare, e se possibile intensificare, le loro relazioni. Continuare a frequentare il circolo, la piazza, il barbiere, il calcetto, il bar. Pensare che tutte le cose hanno un inizio e una fine e anche le situazioni difficili passeranno; che la forza uno se la può dare dal di dentro mentre la rassegnazione è solo uno stato momentaneo; che se guardiamo bene possiamo accontentarci mentre lottiamo per quello che possiamo ancora recuperare; che la nostra dignità non si misura solo con quanto riusciamo a guadagnare ma da quanto impegno produttivo mettiamo nelle cose.

Tutte queste cose e molte altre è possibile recuperare per se stessi. Soprattutto il benessere dei figli. Ricordo a queste persone che il benessere dei figli che si riduce con la riduzione del proprio reddito si può recuperare con un rinnovato interesse a mantenere l’unità della famiglia e il patto d’affetto tra i membri. I genitori potranno così diventare più uniti e approfittare di questi eventi brutti recuperando il tempo per i figli. L’aumentato tempo a disposizione può servire per occuparsi di loro e non solo per le loro semplici necessità materiali. Si può, ad esempio, costruire qualcosa assieme a loro. Imparare a parlare di più con loro. Rendersi conto che sono loro il nostro tesoro più prezioso. Questo non lo dobbiamo mai dimenticare. Non bisogna darsi pena per loro, biasimarsi o condannarsi. I ragazzi si accontentano anche di un sorriso.

Abbiamo visto sinora chi è lo psicologo, quali sono le sue prerogative e quali i bisogni più immediati di chi si trova in un momento di crisi.

La crisi è quindi una difficoltà più o meno grave che la persona incontra nella sua normale vita di relazione.
La crisi si può rendere palese da stati d’animo, pensieri e atteggiamenti sgradevoli e fastidiosi che la persona individua come dannosi per se o per le persone che frequenta, nuovi e a cui non riesce più a porvi rimedio, a fronteggiare con i soliti mezzi a sua disposizione.
Quando una persona in crisi prova a parlarne con qualche amico fidato questo minimizza,”è cosa da niente, vedrai che passerà. A che vai a pensare”. Oppure si prodiga in consigli e raccomandazioni. In entrambi i casi il messaggio è quello di non essere capiti. Intanto il danno è continuo e non si riesce a ridurre le sensazioni sgradevoli, gli stati d’animo negativi e pessimistici e il fastidio. Spesso si diventa aggressivi o paurosi e ansiosi. Si sviluppano sintomi fisici, mal di testa, tachicardia, affanno, sonno disturbato,stati d’ansia e attacchi di panico, dolori addominali e viscerali, difficoltà a digerire e stati di apprensione continua.

Lo psicologo si occupa dei disturbi della sfera emotiva, affettiva e comportamentale. Il disagio psichico, la relazione e la comunicazione. Non si occupa invece di quelle malattie che non solo hanno bisogno di farmaci necessariamente, come la schizofrenia e la depressione grave. Inoltre, stati psicotici che intervengono in modi diversi, come delirio e distorsione del pensiero, della coscienza e della memoria.
Tutti questi stati sono comunque molto lontani dalla pazzia laddove definire ai giorni nostri il termine pazzia è abbastanza difficile.

“La pazzia è un modo di essere” diceva un vecchio autore ai tempi della rivoluzione dei matti (Ludwig Binswanger 1881-1966), una battaglia contro il pregiudizio verso i malati mentali e la malattia mentale che da noi prese piede negli anni ’60 con Franco Basaglia (1924-1980).
Le battaglie durate quasi un secolo hanno riconsiderato la malattia mentale. In primo luogo essa viene riconosciuta come anche viene riconosciuta la dignità delle persone affette. Non c’è più la segregazione per nessuno nè la reclusione o l’umiliazione. La valutazione viene fatta nei casi di effettiva pericolosità con il Trattamento Sanitario Obbligatorio per le persone che si rendono pericolose per se e per gli altri.
Oggi è obbligatorio da parte del sanitario il rispetto della privacy della persona che si rivolge al professionista e l’obbligo alla riservatezza e il segreto professionale. Solo in rari casi e particolarmente gravi, viene obbligato il sanitario a testimoniare la verità nei casi di delitti.

Contrariamente a quanto pensano molte persone ancora oggi, lo psicologo non può di sua iniziativa denunciare alle autorità il paziente che manifesta un disturbo transitorio, egli è tenuto,viceversa, a mantenere il riserbo e a difenderne, piuttosto, l’immagine e la reputazione.
Lo psicologo, sia che lavori presso strutture pubbliche che private, è la persona di cui ci si può fidare, è il professionista che, per statuto deontologico, deve preservare il proprio paziente nonchè occuparsi di lui affinchè raggiunga l’equilibrio psico fisico e comportamentale.
Utilizzare la figura professionale dello psicologo nel senso di prestazioni quali referti o diagnosi, non è consentito se non in situazioni e contesti legislativi particolari di cui dispone solamente il giudice nei casi previsti dalla legge.

Lo psicologo sa ascoltare, nel senso che la sua presenza infonde nella persona che ne ha chiesto l’aiuto un senso di soddisfazione e di sicurezza. In questo modo si riesce a recuperare la fiducia in se.
Lo psicologo orienta il suo paziente/cliente nelle migliori scelte per il suo bene e per migliorare l’efficacia professionale e il benessere familiare.

Lo psicologo e psicoterapeuta propone un percorso di crescita personale per la consapevolezza; individua obiettivi, scopi e i mezzi per superare il disagio psichico, nonchè inventa strategie che hanno un valore terapeutico per lui.

Lo psicologo affianca l’intervento di altri professionisti e accompagna le scelte dei protagonisti nei casi di conflitti familiari, separazione e divorzio, nelle dispute e controversie e fornisce giudizi, compila diagnosi, fornisce pareri nelle questioni di giustizia.

Lo psicologo sostiene e consiglia in certi casi.
L’intervento dello psicologo può essere solo diagnostico (Per esempio un padre vuole accertarsi dell’equilibrio del figlio dopo un grave evento) e richiedere qualche seduta oppure di orientamento per le scelte scolastiche o lavorative.
Anche le aziende e le istituzione possono richiedere l’intervento dello psicologo per migliorare la performance dei propri dipendenti e migliorare così il servizio offerto o le condizioni di lavoro. Nelle comunità lo psicologo può intervenire nelle conseguenze di catastrofi offrendo sostegno alle popolazioni colpite come anche in occasione di cambiamenti sociali di una certa portata come trasferimenti di massa, forti eventi migratori o perdita massiva del sentimento di identità come nel caso di chiusura delle fabbriche e perdita del lavoro generalizzato.

Quello dello psicologo è un importante lavoro sociale a favore della salute e del benessere dei cittadini. Una collettività dovrebbe utilizzare la professionalità degli psicologi nei contesti più vari come nel caso di miglioramento delle scelte individuali dei consumatori, del traffico e della vabilità, dei servizi ai disabili e in ambito scolastico.

Anche la scelta della persona dello psicologo è oggetto di riflessione psicologica.
Quando ci rivolgiamo ad uno psicologo facciamo anche una scelta di persona. Per questo gli psicologi non sono tutti uguali, essi sono differenti per età, cspecializzazione, cultura e per tutte quelle caratteristiche umane su cui generalmente cade la scelta personale. La scelta dello psicologo contiene elementi valoriali e identificatori. Cioè, si sceglie la persona che più ci somiglia o che inconsciamente individuiamo nella sua personalità caratteristiche a noi complementari o simili. Ma questo ci porterebbe molto più addentro la questione di cui sto trattando.

Per concludere. La questione del “perchè dovrei andare dallo psicologo, mica sono matto” riguarda anche tutta una serie di argomenti che ho tentato di affrontare ma solo in minima parte.
In primo luogo la frequentazione del professionista della psicologia dovrebbe essere una scelta comune e riguardare più spesso una condizione di crisi transitoria, una confusione, un disagio e comportamenti disadattivi come eccessi emotivi, rabbia eccessiva e paure ingiustificate, calo del desiderio e della motivazione, ma anche rinuncia, disinteresse continuo, isolamento dagli altri, incapacità conclamata a decidere, a risolvere i problemi,ad esempio.

Cosa dovrebbe fare la società e le istituzioni per aiutare e proteggere le persone vittime di situazioni debilitanti e distruttive come la perdita del lavoro e l’adattamento a condizioni di vita diverse.
Bisognerebbe agire con atti di prevenzione. Le persone soggette a rischi di questo genere dovrebbere in primo luogo sapere cosa faranno dopo, chi si occuperà di loro e quali tempi occorrono per una loro riqualificazione e ricollocazione.
Una persona che si sente indebolita dalla perdita del lavoro, e quindi è depressa seppure momentaneamente, cosa deve fare per proteggersi oltre che esercitare un attivo impegno nel confermare e semmai intensificare la propria rete di relazioni ?

Per prima cosa può decisamente evitare fonti di malessere come ascoltare personaggi pubblici, politici, giornalisti che annunciano in continuazione disastri, tracolli, cattive notizie specialmente in tv. Ci sono persone che hanno deciso di rinunciare al televisore. E’ completamente inutile per noi essere sottoposti ad un continuo bombardamento di invettive, minacce e scandali, figuriamoci quando stiamo facendo un percorso per uscire da un disagio che ha avuto origine proprio da li.
Le persone che per abitudine fin da piccoli hanno seguito trasmissioni e film violenti sono più facilmente vittime di forme di distorsione del pensiero, di pensiero fobico e ossessivo e di pessimismo e forme depressive.
Quando facciamo qualsiasi riabilitazione consigliamo di tenersi lontano da queste manifestazioni.
Infine credo che possa servirvi il mio motto: “Se non possiamo cambiare il nostro destino, possiamo almeno dargli una mano”.

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