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Comunicazione: Controllo e meccanismi difensivi

Controllo e meccanismi difensivi

Un uomo entra nell’ufficio postale. Non c’è nessun altro cliente. L’impiegato allo sportello che fino a quel momento era intento a fare altro, alza la testa e vede questa persona davanti a lui. “Calma, calma, non si arrabbi così”.

Lo fa ancora aspettare ulteriormente per “punire” il malcapitato che fino a quel momento non aveva proferito parola. Il cliente allo sportello postale ha l’unica colpa di essere di umore nero e per questo ha stampigliato sul volto una maschera di aggressività. L’impiegato “legge” immediatamente lo stato d’animo del cliente e se ne ritrae. Ma ben presto (accade tutto in una frazione di secondo) prima dentro di sé e poi direttamente, risponde alla presunta aggressione con un comportamento più smaccatamente realistico.
Il malcapitato non comprende l’origine di tale aggressione ma è pronto a reagire stabilendo una contesa che si realizzerà in varie forme.

Ciò che è sorprendente è l’aspetto paradossale di tale forma comunicativa e quanto questa interazione vi risulterà frequente nei diversi contesti sociali.
Uno degli aspetti che comporta il mettere in atto questi meccanismi difensivi è la poca capacità di sopportare una critica senza rispondere con risentimento o con aggressività, ritenendo non solo la critica ma anche la persona che la fa, ingiusta e riservandogli per questo motivo risposte alquanto esagerate.

La sensibilità alla critica viene spesso associata ad una scarsa stima di sé dal momento che la persona non si reputa tanto sicura da contrastare facilmente l’accusa e, eventualmente, l’accusatore. La critica può essere espressa anche attraverso la derisione, lo sberleffo, il prendersi gioco e la calunnia mascherata dall’ironia o dal sarcasmo.

Sono tutti atteggiamenti spesso ingenerosi e violenti che qualcuno, da solo, ma più spesso in gruppo (combriccola) mette in atto per offendere sotto la scusa del gioco: “Stavo scherzando!” è il modo più frequente di rispondere da chi usa la derisione come forma più frequente di critica.
Come ho detto a proposito della frustrazione, per comunicare malevolenza ci sono un sacco di mezzi e certe persone li usano tutti con grande destrezza ma contro i loro stessi interessi.

Chi incomincia un percorso di consapevolezza impara a comprendere che l’abitudine a comunicare in questo modo può diventare un fardello spropositato. Da quando si incomincia a capire ciò a quando si impara a usare altre e più equilibrate forme comunicative (più dirette e più consapevoli), occorrono spesso diversi anni.
Nel caso di Amerigo, presentato in altra parte di questo libro, il meccanismo della identificazione proiettiva si mette in luce in una forma psicotica in quanto l’ uomo, vede nella espressione di persone all’oscuro, pensieri perfidi contro di lui. In effetti Amerigo attribuisce a colleghe di ufficio pensieri e sentimenti ostili che lui o evita o introietta in sé per alimentare la sua paranoia. Il risultato è una chiusura ermetica a tutti quanti e un atteggiamento falso di circostanza dal momento che assume come vero che lui non potrà mai contrastarli. Purtroppo, è proprio questo il falso sé che è alla base di molti comportamenti ossessivi e compulsivi o deliranti a cui sembra non esistere una spiegazione.
In conclusione il meccanismo della proiezione e della identificazione proiettiva consiste nel mettere in un altro il difetto di cui si è portatori e che si rifiuta e attaccarlo assieme alla persona. Quest’ultima è da aggredire proprio in quanto è vista come un pericolo per lo svelamento di quel difetto di cui non si ammette o non si accetta l’esistenza.
Nella realtà della famiglia questo meccanismo di difesa, assieme a quello del non riconoscere qual’è il bisogno frustrato che ha dato luogo al comportamento aggressivo, è all’origine dei comportamenti più efferati, comprese la violenza contro le donne e i bambini che si amano o che alcuni uomini credono di amare.

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