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Come mai le donne che desiderano essere abbracciate…..

disegno mammaUn abbraccio vuol dire “tu non sei una minaccia…Non ho paura di starti così vicino. Posso rilassarmi, sentirmi a casa.
Sono protetto, e qualcuno mi comprende”…
La tradizione dice che quando abbracciamo qualcuno in modo sincero, guadagniamo un giorno di vita.
(P. Coelho)

C’è qualcuno che non è abituato ad abbracciare. Costui è portatore di una difficoltà a cui è stato abituato fin da piccolo poichè i genitori non l’abbracciavano.
Una persona di tal fatta potrebbe certamente imparare nel corso della vita e delle esperienze ma dovrebbe trovare qualcuno che l’aiuti. Certamente non una donna che è stata essa stessa abituata in questo modo ed ha una fame esagerata di abbracci. Ne ho visti tanti marito e moglie che non si abbracciavano mai e neanche quando facevano l’amore. I figli hanno anche loro qualche problema che è una conseguenza di questa difficoltà che gli adulti si tramandano per generazioni.
Le persone che sono soliti abbracciare hanno delle qualità che spesso fanno invidia ai precedenti. Perciò non bisogna condannare definitivamente chi non riesce ad abbracciare ma aiutarli. Nel racconto di Carlo Molinaro c’è un uomo che desidera imparare questo suo “analfabetismo” ma si nasconde. C’è anche chi, invece, si nasconde nel senso di negare che un abbraccio cambia spesso la vita. Quest’ultimi usano le parole e sperano che attraverso di esse possano sostituire l’effetto di un abbraccio sentito. Si, abbracciano ma per finta, per consuetudine. Non riescono a mantenere l’abbraccio e sfuggono come se fosse una cosa da evitare.

Ma perchè queste persone sono così. Perchè vogliono trovare sempre nelle parole qualcosa che sostituisce un abbraccio o il toccarsi?
Una delle ipotesi è che siano stati cresciuti con un attaccamento di tipo insicuro-evitante. In questa modalità di attaccamento il bambino tende a sfuggire alla mamma quando questa ritorno dopo una assenza. Non fa come coloro che hanno invece un attaccamento sicuro per cui, dopo l’assenza della mamma, quando ella ritorna, piangono ma si acquietano e tornano ad abbracciarla.

Capita anche che persone con un attaccamento di tipo insicuro abbiano difficoltà a riconoscere nell’altro i sentimenti e i bisogni, sia invidioso degli altri o esprime una modalità pervasiva di grandiosità, di bisogno di ammirazione, un senso grandioso di importanza, fantasie di successo illimitato, potere, fascino,bellezza o amore ideale; ritiene di essere speciale e unico e che soltanto gli altri individui (o istituzioni) speciali o di alto rango siano in grado di capirlo e di frequentarlo. Può anche richiedere eccessiva ammirazione e la sensazione che tutto gli sia dovuto.
Persone così, non riescono proprio ad abbracciare e nemmeno ad ammettere la loro difficoltà.

Ecco, invece la descrizione dell’uomo che ha difficoltà ad abbracciare ma dentro di se sente che imparare sia una cosa meritoria.
Quando uno non ha abbracciato nessuno da giovane, per anni, per decenni,
perché bloccato, per l’educazione, per timidezza, per la solitudine,
perché in famiglia non si usa o per altri
motivi, quando finalmente abbraccia
– perché, a un’età qualsiasi, succede
che si sciolgano i nodi – allora lui
mentre abbraccia, è come i sordomuti
quando imparano col metodo vocale:
fanno vibrare le corde e ci contano
di emettere quel suono, ma non è che lo sentono:
guardano l’altro e se l’altro ha capito
sono felici: ci sono riusciti,
con l’impegno e il puntiglio, a fare il suono.

Così l’analfabeta degli abbracci,
quando finalmente si decide,
non ha gesti spontanei, studia come
muovere il braccio, la spalla, come stringere
di più o di meno, è stupito e impaurito
– benché felice – del contatto del corpo
sul corpo. È felice, è più felice di altri
che hanno sempre abbracciato, fin da piccoli:
è felice, è una conquista: ma recita
l’abbraccio, è in ansia che gli venga bene,
in pratica lo mette in scena, e gli altri
se ne accorgono, a volte se ne accorgono
e credono che sia un abbraccio finto:
invece è il più felice degli abbracci:
lui ci è arrivato per strade difficili
e quasi piange mentre riesce a fare
ciò che per altri è una cosa normale.

Se incontri uno così, devi capire
che non è finto, è il più vero dei veri:
lui finge ciò che veramente fa
perché non lo sa fare senza fingere:
è un po’ come il poeta di Pessoa,
ma è così vero che dopo l’abbraccio
riuscirebbe a volare per la gioia:
però nessuno se ne accorge mai
perché, come l’abbraccio, anche lo sguardo
e gli altri gesti sono troppo incerti,
sgrammaticati, come di straniero,
e si resta perplessi, diffidenti.

Sono persone che fanno fatica
nelle cose più semplici, che mai
ti aspetteresti. Poi da soli in casa
cantano, ridono, scrivono versi.

Carlo Molinaro, ” L’abbraccio analfabeta”

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