Prenota un consulto

Autostima: cos’è e come possiamo migliorarla

L’autostima
(Copyright by Thea)

L’autostima è fondamentale per ottenere il meglio dalla vita. Poiché il proprio livello di autostima nasce da un confronto fra sé e il mondo circostante, se il confronto è errato, errate sono le conclusioni.

L’autostima è l’idea che ognuno ha di sé.

In termini molto pratici, è il voto che ci si dà. Poiché è un concetto soggettivo, ecco che dal di fuori il giudizio dato dal singolo su sé stesso che noi percepiamo possa essere del tutto diverso da quello che oggettivamente pensiamo essere corretto.
Per esempio, un debole può avere una bassa autostima e ritenersi sempre mediocre anche quando non lo è. Viceversa un apparente (uno che vive più sull’apparire che sull’essere) può pensare che nulla gli è precluso perché in quel momento ha un notevole successo.
Quest’ultimo esempio ci fa capire come l’autostima non sia un concetto statico, ma dinamico. Come una grande azienda che normalmente è abbastanza stabile, ma può avere alti e bassi, generati da eventi che accadono in noi o fuori di noi. Ovviamente sarebbe auspicabile che rimanesse sempre ai massimi livelli.

COME SI CREA UN’OTTIMA AUTOSTIMA

L’autostima può venire dal dentro di sé o dal fuori di sé.

L’autostima da successo

Oggi purtroppo si tende a farla provenire da fuori di sé, attraverso la chimera del successo, visto sotto le sue innumerevoli forme: ricchezza, carriera, prestigio, vittoria ecc.
Si vale se si ottiene qualcosa nel campo in cui si opera o si vive. Niente di più assurdo perché in tal modo si demanda la propria felicità a un risultato, spesso nemmeno del tutto dipendente da noi (condizioni facilitanti, fortuna ecc.). Tale risultato è sovente talmente materiale da fare a pugni con un concetto così spirituale come la felicità. Quello che si ottiene è un surrogato di autostima. La persona non sviluppa una vera forza di volontà anevrotica, ma la sua forza è orientata solo al raggiungimento dell’obbiettivo, è quindi nevrotica.

Esistono, per esempio, molte tecniche per accrescere l’autostima, addirittura molte scuole con corsi ed esami (per esempio la PNL). In genere tutte queste discipline tendono a utilizzare un accrescimento dell’autostima per avere successo nella vita, svincolando ogni discorso etico e/o esistenziale dal miglioramento del soggetto. In realtà si tratta sempre di “convincere” il soggetto aumentandone la fiducia in sé stesso.

Questo meccanismo può portare a qualche risultato, ma se leggete la definizione di autostima ne capirete i limiti: posso avere una bassa autostima perché ho poca fiducia in me stesso, quindi “mi do un voto basso”. Se alzo la fiducia aumenta anche l’autostima, ma ciò è completamente scorrelato con il mondo esterno e può provocare danni più che apportare vantaggi. Vediamo l’esempio classico.

Luigi è un commerciale con bassa autostima. Ciò lo penalizza molto nel suo lavoro. Decide perciò di iscriversi a un corso di SIG (Sei Immensamente Grande), una nuova tecnica infallibile per aumentare la sua autostima. Dopo sei mesi la fiducia in sé stesso è triplicata e sente dentro di sé un entusiasmo mai provato. Si getta con grande dedizione nel lavoro, migliorando i suoi risultati. Ottiene un aumento del 15% delle vendite (la SIG funziona!). Tutto bene? Analizziamo oggettivamente la situazione.

Luigi è così pieno della sua nuova attività che lavora il 30% più di prima, per lui non c’è che il lavoro, l’unico campo in cui sente di “valere” qualcosa.
L’unica che ci ha guadagnato da questa situazione è sicuramente l’azienda (+15% di fatturato con piccolo bonus a Luigi), ma Luigi è lo scarso di prima, una specie di “secchione” del lavoro che ottiene qualcosa in più perché è stato “programmato” a lavorare molto di più. Al primo insuccesso Luigi crolla e ritorna quello di prima.
Luigi avrebbe dovuto capire che nel lavoro (come in ogni attività dove c’è un risultato) basta dare il meglio di sé, buttare il cuore oltre il traguardo, senza avere l’ansia della vittoria. Se i risultati sono comunque scarsi, possiamo accontentarci oppure scegliere un’altra strada più facile (per esempio il sottodimensionamento nel lavoro o nello studio), senza per questo sentire lo stupido peso della sconfitta.
Per capire come liberarsi dall’autostima da successo occorre:
1. capire i limiti di tale scelta
2. trovare una scelta migliore.

Per realizzare il punto 1 occorre lavorare su 4 punti.

1) Il tuo valore è indipendente da ciò che gli altri pensano di te.
Quando ho partecipato a Passaparola ho conosciuto quanto vuoto possa essere il mondo dello spettacolo; nel baretto fuori dagli studi un sacco di ragazzine tentavano l’approccio con agenti più o meno dubbi per “andare in televisione”. La loro autostima era zero, pronte a esaltarsi se qualcuno diceva loro “brave” e a deprimersi se erano scartate. La stessa cosa valeva anche per i big o presunti tali (tranne rare eccezioni). La cosa era così penosa che mi chiedevo che ci stavo a fare, buttando via le mie serate, mentre gli amici correvano nel solito parco. Morale: chi rincorre il successo e pensa di esistere solo se diventa famoso, in realtà non esiste, non brillando di luce propria. È come la luna: bellissima da lontano perché la illumina il sole, ma deserta e spettrale vista da vicino. Il punto 1) è quello che ci permette di affrontare un esame in tranquillità o di dichiararci alla persona che amiamo.
Nel primo caso è importante ciò che abbiamo fatto “prima”, sentirsi con la coscienza a posto, non il voto che prenderemo. Dobbiamo vedere l’esame come un ulteriore mezzo di imparare qualcosa, non come un giudizio sulla nostra personalità.
Nel secondo caso, a prescindere dalla risposta, noi rimaniamo ciò che siamo: se la risposta è negativa, è inutile disperarsi (con la classica frase: “senza di lei/lui la mia vita non ha senso”: ma allora ammazzati subito! Chi non sa vivere da solo come può pretendere che un’altra persona risolva la sua vita?), abbiamo capito che stavamo sbagliando puntando sulla persona sbagliata. Possiamo rivolgerci altrove per migliorare la nostra vita.

2) Nessuno deve ritenersi meno importante di un’altra persona.
Questo concetto è importantissimo. Ognuno di noi ha la propria dignità e non la si può perdere rimpicciolendo la propria identità di fronte a quella di un’altra persona. Si può stimare, ma non adorare o temere. Troppe persone si annullano di fronte a un superiore o presunto tale; ricchezza, nobiltà, gerarchia, successo: nulla di tutto ciò può giustificare il sentirsi in inferiorità di fronte a qualcuno, chiunque esso sia. Ci può essere rispetto, ma non sottomissione. Chi si spersonalizza in un mito spesso non stima abbastanza sé stesso. Pensiamo al fan che attende per ore il suo cantante o il suo attore preferito, pensiamo al tifoso che si spersonalizza nella squadra. Chi vince non è il tifoso, anche se con il suo tifo pensa di avere una parte nella storia di un successo sportivo. Sono i giocatori che sono ricchi e famosi: anche se la squadra vince il massimo trofeo, il tifoso resta solo un anonimo zero. Chi tifa dovrebbe farlo per amore dello sport che sta osservando, non per esaltare la propria personalità in una vittoria che erroneamente crede sua. Un esempio veramente preoccupante di mancanza di autostima è rappresentato dalle bande giovanili. Il singolo si riunisce in gruppo per sentirsi più forte, più importante, ma così facendo non si rende conto che firma la sua nullità esistenziale. In una banda solo il capo conta qualcosa: come può un individuo accettare di prendere ordini da un essere simile a lui in un regime fondamentalmente dittatoriale?
Vi sentite in soggezione di fronte a un superiore, non sapete rispondere con calma e pacatamente alle sue assurde pretese, vi sentite emozionati di fronte a un potente? Se è così, vi ritenete meno importanti di lui e la vostra autostima è carente. È incredibile come intere popolazioni accettino ancora la monarchia (un esempio di disistima di massa). Come è possibile accettare che per nascita una persona abbia più diritti di me?

3) Nessuno deve ritenersi più importante di un’altra persona.

 

Ovviamente non bisogna incorrere nell’errore opposto: chi si sovrastima (e pensa di essere migliore degli altri e fa di tutto perché ciò appaia) è fondamentalmente uno stupido. In antitesi alla ragazza che si crede brutta, è la donna che pensa di essere bellissima e non riesce a vedere tutti i difetti per cui gli uomini la evitano. Il concetto di autostima non ha nulla a che fare con la superba supervalutazione della propria personalità. Chi si crede importante (la classica frase: “Lei non sa chi sono io!”) in realtà non ha stima di sé in quanto il più delle volte si rende ridicolo o, nel caso dei potenti o presunti tali, si rende antipatico o odioso. Nessuno può impormi un segno di stima nei suoi confronti, chiunque esso sia. Chi pensa di avere anche il più piccolo privilegio per la posizione sociale raggiunta, per il successo ottenuto, per il grado gerarchico in cui si trova ecc. non ha una vera stima di sé; infatti se ragiona in questo modo si riterrà inferiore rispetto a chi sta sopra di lui.

4) Chi deve dimostrare di valere qualcosa non vale nulla.

Un mediocre giocatore di scacchi quando perde è solito accampare scuse come cali di concentrazione, varianti sfortunate o altro, mentre quando vince si autocompiace delle sue splendide partite e se ne vanta con chiunque incontri: non considera mai nemmeno lontanamente il fatto che quel giorno era l’avversario a essere poco concentrato! Uno sportivo pratica il suo sport non perché lo ama, ma perché gli consente di emergere in un gruppo di persone, gruppo all’interno del quale ha le sue vittime che deride pesantemente ogni volta che riesce a batterle. Un adolescente sfida un coetaneo in una prova di coraggio e, se lo sfidato rifiuta (perché più furbo), lo deride dandogli del codardo.
Tre brevi esempi per mostrare come siano comuni le persone che sono sempre in competizione, perché pensano che il confronto con gli altri sia il metro per misurare il proprio valore. Spesso queste persone non amano veramente ciò che fanno, ma lo fanno solo per emergere, per sentirsi importanti. Il più delle volte ottengono risultati superiori solo di poco alla media, ma li ingigantiscono per ingigantire la loro immagine: sono gli scarsissimi. Chi vale veramente non ha bisogno di dimostrare il proprio valore.

L’autostima da valori morali

Il lettore dovrebbe aver intuito che l’autostima deve provenire dal dentro di sé, per essere positiva e duratura. Purtroppo il passo più semplice è quello di limitarsi a considerare i valori morali come sufficienti per l’autostima del soggetto. Una persona onesta, buona, timorata di Dio ecc. può essere considerata oggettivamente una gran bella persona, ma spesso non possiede una buona autostima, anche se è immune dalle lusinghe del successo. Il motivo di ciò sta nel fatto che le sue qualità non sono esistenziali, sono piuttosto astratte e hanno punti di contatto discontinui con la realtà. In altri termini, l’essere onesti viene dimenticato o non viene impiegato per gran parte della propria giornata. A meno che il valore morale si trasformi in valore esistenziale (per esempio quando si associa a una professione amata e vissuta pienamente), non è in grado di costruire una buona autostima. È il caso di tutti coloro che fanno della spiritualità un perno della propria vita, ma sono poi incapaci di impiegarla per apprezzarsi.

L’autostima da valori esistenziali

Oggi il Well-being ha trovato un fattore comune fra tutte le persone che sono felici: la presenza di oggetti d’amore. Questi diventano i valori esistenziali su cui si deve basare l’autostima del soggetto. Non sul successo, non sui valori morali, ma sui valori esistenziali, cioè sugli oggetti d’amore. Solo con questa rivoluzione è possibile costruirsi una buona autostima. Tutto qui? Sì, ma va compreso fino in fondo. Infatti:
• moltissime persone hanno oggetti d’amore, ma finiscono per non usarli nella costruzione dell’autostima, continuando a ricercare il successo.
• Altri non comprendono come inserire fattori comunque da considerare, cioè il successo e i valori morali; non comprendono che il successo, se viene, meglio è, ma non deve essere alla base della nostra felicità, il risultato è ininfluente, se si ama ciò che si fa. I valori morali servono perché alla fine facilitano la vita e ci permettono di crearci un nostro mondo dell’amore non vuoto e ci lasciano in pace con gli altri.
Se la nostra autostima non si basa sul fatto che noi sappiamo amare, siamo spacciati. Un uomo vale se sa amare. Senza oggetti d’amore che occupano prioritariamente il nostro cuore, c’è il buio.

AUTOSTIMA E PERSONALITÀ

Per capire come le personalità perdenti costruiscano una non buona autostima, vediamole una per una.
Svogliati – In genere sono schiavi dell’autostima da successo, cercando di utilizzare infinite scorciatoie per arivare a quel successo la cui realizzazione attraverso strade normali sembra pesare come un macigno. Non sono in grado di costruirsi un’autostima da valori morali e/o esistenziali perché richiederebbe troppe risorse.
Irrazionali – Sono a volte convinti che il successo sia facilmente raggiungibile con vie non convenzionali. Possono però avere oggetti d’amore e/o valori morali prioritari. In genere una cattiva autostima è collegata ad altre personalità perdenti presenti nel soggetto.
Inibiti – Il successo al più lo sognano, mentre valori morali e/o esistenziali sono vissuti sempre in modo incompleto.

Deboli – Classica personalità in cui l’autostima poggia sul successo, sul giudizio e l’approvazione altrui. Può possedere alti valori morali, ma restano soffocati dalla valutazione esterna, mentre gli oggetti d’amore sono anche vissuti intensamente, ma mai considerati con priorità massima, priorità che spetta a tutti coloro che contrastano il debole.

Paurosi – La sua tendenza alla fuga lo può mettere al riparo dall’autostima da successo; in genere l’essere pauroso di per sé non altera la costruzione dell’autostima che dipende da altre personalità.

Dissoluti – Possono avere un’autostima (di vario genere) anche forte se non avvertono il peso morale della loro dissolutezza.

Sopravviventi – Per definizione rinunciano al successo, hanno valori morali mediocri e in genere non hanno alti valori esistenziali. La loro autostima è come la loro vita, mediocre, al più sufficiente.

Insufficienti – Come autostima non brillano di luce propria e “copiano” quella di chi li gestisce.

Indecisi – Successo e indecisione non vanno molto d’accordo per cui o soffrono molto l’incapacità di arrivare alla vetta o scelgono spontaneamente di basare la loro autostima su valori morali e/o esistenziali.

Violenti – Il più delle volte la violenza si identifica con la ricerca “a tutti i costi” di un’autostima da successo.

Romantici – In fondo l’idea romantica è l’antenata dell’autostima da successo perché se non si realizza l’idea, c’è romanticamente il fallimento, l’inutilità di vivere. Per un romantico l’oggetto d’amore diventa più una dipendenza e come tale non viene mai messo alla base dell’autostima che dipende totalmente dalla sua conquista, più che dal suo vissuto.

Insofferenti – Poiché l’insofferente è schiavo dell’aspettativa, l’autostima da successo è quella più frequente. I valori morali e gli oggetti d’amore possono essere vissuti anche pienamente, ma non raggiungono mai la priorità del successo.

Insoddisfatti – Per definizione la sua autostima è quella da successo.

Apparenti – La nascita della personalità (apparire anziché essere) è motivata proprio dall’importanza attribuita al successo.

Contemplativi – Tendono a privilegiare l’autostima da valori morali (la cultura, la civiltà ecc.), ma spesso non sono insensibili al fascino del successo.

Lascia un commento

Privacy Policy Cookie Policy