Seguici su FB
  • Biografia

  • Ipnositerapia

 

 Sono psicologo iscritto all’ordine degli psicologi della regione Campania.


NAPOLI - Via A. Mancini
PORTICI - Via dei pini
Cell. 328.6293008

 Mi occupo di problematiche relazionali familiari, di ansia, fobie e attacchi di panico, di disturbi dell’umore e della condotta negli adulti e negli adolescenti.

Ho seguito un training personale di psicoterapia ad indirizzo rogersiano e ho approfondito, nel corso degli ultimi 20 anni, gli studi sull’autostima ed ho organizzato corsi e gruppi per adolescenti e adulti su questa tematica.

Dopo vari studi ed esperienze di psicologia cognitivo- comportamentale e sistemico - relazionale presso il primo policlinico di Napoli e alcuni centri di salute mentale, sono approdato alla scuola di specializzazione di ipnosi clinica ericksoniana ed ho acquisito in seguito, presso il CIICS di Torino il titolo di ipnologo.

Inserisci testo
  • Please use a REAL email address so that we can get back to you.

  • Il cambiamento in psicoterapia

  • Borderline

  • Narcisista

Il Cambiamento in Psicoterapia Si sa ormai da molto tempo che la psiche si può ammalare e questo può coinvolgere alcuni organi e la loro funzionalità, le cosiddette malattie psicosomatiche. Nelle malattie psico-somatiche si ha un cambiamento di ordine pratico sulla base di una interazione verbale-simbolica.

LEGGI TUTTO..


Disturbo Borderline di Personalità Viene definito come una “modalità pervasiva  di instabilità, delle relazioni interpersonali, dell'immagine di sé e dell'affettività con impulsività notevole, comparsa entro la prima età adulta  e presente in vari contesti come indicato da almeno cinque dei seguenti elementi:

LEGGI TUTTO....

Disturbo Narcisistico di Personalità Viene definito dal DSM-IV  come  una modalità pervasiva di grandiosità (nella fantasia o nel comportamento), di bisogno di ammirazione, di mancanza di empatia che compare entro la prima età adulta  ed è presente in una varietà di contesti, come indicato da almeno cinque dei seguenti elementi:

LEGGI TUTTO....

Il matrimonio o la convivenza , differiscono dagli altri rapporti della vita. Quando due persone dello stesso sesso o di sesso diverso, vivono in coppia impegnate in un rapporto duraturo, si creano certe aspettative reciproche. Spesso le coppie sanno comportarsi nel modo migliore con gli estranei , ma

Impotenza da ansia da prestazione

Si sa che il desiderio accompagna tutta la vita. Quello che, invece, ci rende angustiati e delusi è il fallimento della performance sessuale. Purtroppo accade che quanto più una persona si mette con impegno per vincere le mancate risposte del corpo, tanto più la risposta si fa attendere. La spirale porta quasi sempre al fallimento e segna un nuovo punto a favore di questo.                      

“Ho fatto cilecca” è il pensiero che l’accompagna. A seguire, umiliazione, sconforto, risentimento e rabbia completano il quadro.

 L’insieme dei valori e delle credenze che abbiamo su noi stessi e su come dovrebbe,invece, andare, cioè l’importanza che il soggetto dà al fallimento dal punto di vista sociale e valoriale conducono la persona all’angoscia e alla disfatta. Così accade che la prossima volta il terrore di fare di nuovo cilecca assale e interviene la possibilità della rinuncia. Ma la rassegnazione non è immediata. Ancora qualche tentativo senza successo accompagna la decisione ultima di evitare, non provarci più.

Il problema è della coppia e chi prova ad affrontarlo da solo sbaglia.

Talvolta si tratta proprio di come “funziona” la coppia, di quelle rigidità a causa delle quali si creano delle aspettative fortemente ricercate e che in quel particolare momento della vita della persona possono essere all’origine del fallimento.

L’ansia da prestazione ci vede spettatori inermi di un fallimento. E quanto più si cerca di nascondere gli effetti del fallimento tanto più ci si sente impotenti. Allora si cerca di essere spontanei ma l’effetto è ancora peggiore. Conviene in questi casi lasciare correre e imparare a convincersi che può accadere nella storia di ogni persona. Conviene anche, però, stabilire che il modo come si è vissuti fino ad ora ha qualcosa che non va. Troppo stress ? Troppa esasperazione ?Troppa competizione ? Troppa innaturalezza? Una vita con troppe frustrazioni.

L’impotenza sul piano sociale, cioè quella percezione di abbattimento conseguente a insuccessi nel lavoro o a traumi o a lutti può generare problemi anche in altre sfere della vita.

Conviene quindi domandarsi come si sta vivendo in questo momento e quanto si è lontani da una vita più naturale, quanto “pesano” alcuni problemi relazionali in famiglia e com’è il dialogo nella coppia.

Altre volte un commento, un apprezzamento poco lusinghiero sulla propria persona innesca una serie di pensieri negativi che fanno cadere in basso la stima di sé per cui il giudizio su se stessi diventa più severo. Ancora una volta si possono vivere frustrazioni di cui non si ha il coraggio di parlarne in quanto si riconosce l’inconsistenza della provocazione e sarebbe una brutta figura parlarne. Il giudizio sarebbe ancora più severo su sé stessi e potremmo sentirci all’indice per quanto potremmo apparire ridicoli. Tutta questa sequela di pensieri avvengono più spesso di quanto potrebbe sembrare e sono spesso all’origine di importanti crisi nel rapporto di coppia e di rinunce o defiance sul piano sessuale.

Pensare bene aiuta a vivere bene. Conviene allora modificare i propri processi di pensiero, modificando il proprio stile di vita o/e praticando uno psicoterapeuta quando è possibile, e comunque, proporselo seriamente se ci si imbatte in problematiche di questo tipo.

La relazione bambino – insegnante nella regolazione dell’attenzione e del comportamento impulsivo

Il concetto di una base personale sicura da cui un bambino, un adolescente, o un adulto parte per esplorare e a cui ritorna di tanto in tanto, è un concetto cruciale per capire come una persona emotivamente stabile si sviluppi e funzioni per tutta la vita.

Gli studi di Spitz sulle conseguenze della deprivazione di cure parentali nei bambini abbandonati e quelli etologici di Harlow, portarono Bowlby, fin dal 1950, a teorizzare che la base motivazionale più forte nei cuccioli dell'uomo fosse la ricerca di un valido legame affettivo con un adulto accudente per stabilire con esso un legame di attaccamento.

I bambini fin dalla nascita manifestano abilità sociali ed emotività. Essi sono biologicamente predisposti per apprendere a riconoscere chi si prende cura di loro e per indurre tali persone a soddisfare i loro bisogni.

Il bambino è predisposto, quindi, a comportamenti di attaccamento i quali si rendono palesi in situazioni di emergenza come la sofferenza, la fatica e qualunque cosa che lo impaurisca, e anche dal fatto che la madre sia o appaia inaccessibile.

E’ stata studiata la qualità della risposta della madre ai segnali affettivi che provengono dal figlio nelle situazioni di emergenza. Ella può non riuscire a riconoscere l'angoscia del figlio in tali situazioni, vuoi per cause esterne che per cause interne (malattia mentale). Può anche solo riconoscere nel bambino una generica sofferenza ma non essere in grado di individuarne la qualità e non riuscire a dare una risposta adeguata, cioè empatica, in grado di sintonizzarsi sulle sue esigenze. In questi casi, cioè quando l'equilibrio dell'esperienza del bambino è sbilanciato dalla parte del dispiacere per l'incapacità della madre di riconoscere le determinanti contestuali o fisiche della tensione o per l'incapacità di rispondere agli affetti negativi che sono stati stimolati, allora l'angoscia e la rabbia persistono.

Le scoperte di M. Ainsworth suggeriscono che le madri che rispondono appropriatamente e prontamente ai segnali dei loro figli hanno bambini che sperimentano una modesta ansia rispetto alla disponibilità della madre alla protezione e al conforto. Al contrario, l'insensibilità materna precoce sembra portare ad una preoccupazione nei confronti della presenza o ad un suo evidente rifiuto quando viene sperimentato il bisogno di attaccamento.

Disturbi relazionali e psicopatologia nell’attaccamento insicuro

Il modo con cui i genitori forniscono aiuto e sostegno ai figli nei loro momenti critici sono determinanti per lo sviluppo di disturbi relazionali. Ad esempio nel caso dei bambini che sviluppano un attaccamento ansioso-resistente si osserva una limitata esplorazione per difficoltà a separarsi dalla figura di attaccamento e la diffidenza nei confronti delle persone e delle situazioni nuove. Al contrario i bambini evitanti adottano strategie rigide basate sull' autosufficienza proprio perché non sono in grado di suscitare delle risposte affettive e protettive da parte degli altri.

Le conclusioni di molte ricerche autorizzano ad attribuire ai bambini ansiosi-resistenti minor entusiasmo e perseveranza nella soluzione dei problemi, meno curiosità, meno fiducia in se stessi e minor grado di autostima, mentre i bambini classificati insicuri-evitanti prefigurano problemi comportamentali di passività o impulsività e comportamento antisociale già a partire dalla scuola dell'infanzia.

Gli effetti di esperienze negative di privazione e di attaccamento insicuro possono portare l'individuo ad essere più vulnerabile alle esperienze avverse più tardive ed aumentano le probabilità nel corso del ciclo della vita di trasformarsi in disturbi di personalità

Ulteriori studi e ricerche hanno dimostrato che un comportamento materno maltrattante nasce dall'attesa di queste di essere accudite o che i figli abbiano cura di loro. Le relazioni irrisolte dei genitori e quelle corrispondenti disorganizzate dei figli derivano da una inversione di ruolo.

Una relazione invertita tra genitore e bambino sta alla base di un numero significativo di rifiuto scolastico, agorafobia e probabilmente di depressione.

Attualmente si è propensi a considerare che le tipologie di attaccamento insicuro-ambivalente e insicuro-evitante sono perturbazioni dello sviluppo che in base alla loro gravità possono costituire un indice del rischio psicopatologico mentre l'attaccamento di tipo disorientato-disorganizzato costituisce di per se una condizione psicopatologica per la gravità dei sintomi associati.

Ereditarietà delle modalità di attaccamento

Il comportamento di aiutare a confortare gli altri quando sono addolorati è uno schema di comportamento che si sviluppa di solito fin dal secondo anno di vita del bambino ma la forma che assume tale schema viene molto influenzata da come la madre tratta il suo bambino.

Il comportamento dei genitori rispetto alla richiesta di prossimità e accudimento del figlio è anch’esso predeterminato dagli schemi comportamentali presenti fin dalla nascita ma si esplicita solo di fronte a particolari richieste ed è soggetto all'apprendimento, soprattutto in età infantile. Ovvero, le caratteristiche del comportamento di attaccamento dell'adulto derivano dall'attivazione di schemi che si sono sviluppati sulla base della loro esperienza come figli già in tenera età.

I sentimenti e i comportamenti di una madre nei confronti di suo figlio cioè, il suo prendersi cura, sono influenzati in modo determinante da come ella stessa è stata trattata da piccola da sua madre.

Le relazioni inefficaci

Le relazioni di attaccamento inefficaci rispecchiano uno di questi tre modi di regolare l’attivazione emotiva tramite il contatto con il caregiver (la figura di attaccamento).

1. Evitante: il bambino evita la figura di attaccamento (caregiver) in una situazione di tensione perché ha imparato che esso non sarà probabilmente disponibile e rifiuterà la sua richiesta di consolazione.

2. Ambivalente: il bambino amplifica il suo disagio nel tentativo di tenere sempre il caregiver vicino a sé.

3. Disorganizzato: un conflitto tra tendenza all’avvicinamento e tendenza all’allontanamento da una figura di attaccamento di cui ha paura ma di cui ha bisogno, come nei casi di genitori maltrattanti.

E’ interessante notare che questi pattern sono stati osservati nelle interazioni dei bambini con altre figure di attaccamento come gli assistenti e gli insegnanti.

Il Modello Operativo Interno (M.O.I.) che il bambino ha sviluppato nella sua relazione con la sua figura di attaccamento primario può quindi subire forti modificazioni in misura della qualità e significatività delle nuovi relazioni. Il bambino potrà rielaborare il significato della percezione delle proprie emozioni delle credenze sul sé come degno di ricevere cure (le radici dell’autostima) e sulle persone che gli forniscono le cure nonché del comportamento sociale. Queste elaborazioni spiegano alcune delle difficoltà relazionali che gli insegnanti devono superare quando interagiscono con studenti che li percepiscono “punitivi”, “non disponibili” e “ostili” sulla base delle esperienze vissute con i genitori o con altre figure di attaccamento (nonni, tutori, educatori, ecc.).

Disadattamento e legame di attaccamento

Molto di quello che la scuola può fare per i bambini diversamente abili rientra nell’ambito delle relazioni che è in grado di favorire in questi bambini dal momento che gli apprendimenti significativi risultano tali quando vengono veicolati dall’ affettività.

L’aspetto psicologico che intendo esaminare in questo mio intervento riguarda l’influenza delle relazioni significative sulla più generale capacità di apprendimento del bambino con difficoltà di apprendimento.

In questo ambito la teoria dell’attaccamento ci viene incontro fornendoci indicazioni fondamentali sugli aspetti emotivi che non solo i bambini diversamente abili, ma tutti i bambini mettono in gioco quando si relazionano con un adulto significativo.

Il legame di attaccamento nasce da un istinto che agisce in tutti gli esseri umani che tende a ricercare la vicinanza ad un adulto per richiederne cura, attenzione e protezione, soprattutto nei momenti di bisogno. Si comprende quanto questo legame sia importante nella scuola in particolare con bambini che manifestano problemi di apprendimento e scarso adattamento.

Questo legame però, può non essere ottimale quando sia il bambino che l’adulto hanno a loro volta ricevuto dal proprio genitore manifestazioni insicure di protezione e affetto. Quando cioè, la loro stessa figura di attaccamento (in generale la madre) non ha manifestato nel rapporto con il figlio un sentimento di piena accettazione. Purtroppo ciò si rileva abbastanza frequentemente nel caso di genitori a cui è nato un figlio non completamente sano.

L’insegnante, alla luce di questa consapevolezza, può essere in grado di riconoscere la presenza di un legame materno a volte eccessivamente protettivo e ansioso che non consente al bambino di esplorare il mondo intorno a sé limitandone la ricerca dell’autonomia.

Egli, se è consapevole di questo, può incidere profondamente anche nel rapporto genitore-figlio relazionandosi con l’ascolto empatico. In questo modo sarà in grado di rassicurare il genitore con la manifestazione della piena accettazione del figlio.

La teoria dell’attaccamento formulata da Bowlby ipotizza che il legame del bambino con la propria madre non sia da ricondurre ad una motivazione secondaria come ipotizzato da Freud, ma ad una motivazione primaria a mantenerne la vicinanza in quanto è attraverso di essa che può percepirne la piena sicurezza. Bowlby ipotizza inoltre che altri tre sistemi di controllo guidano il comportamento infantile: quello esplorativo, quello deputato alla gestione della paura e quello affiliativi. Per poter soddisfare i bisogni relativi all’attaccamento quindi, il bambino deve trovare un equilibrio dinamico tra il sistema comportamentale, quello psicofisiologico, quello affettivo-emotivo, quello cognitivo e quello comunicativo.

Il modo in cui i bambini rispondono ad un evento stressante costituito sia da un pericolo esterno, che da un malessere fisico o psicologico è guidato dalle loro aspettative circa le probabili risposte della figura di accudimento alle richieste di protezione e cura. Il comportamento di attaccamento e le modalità con cui vengono affrontati i pericoli e lo stress da separazione, diventano, nel tempo, organizzati secondo direttrici che riflettono quella che era la risposta più adeguata allo stile d’accudimento messo in atto dalla figura allevante già nel primo anno di vita.

I bambini che nel corso del primo anno di vita hanno sperimentato una madre costantemente sensibile al loro bisogno di essere e di sentirsi protetti sanno esprimere le proprie emozioni, sia quelle positive che quelle negative, in maniera calma e con fiducia, e sono in grado di esplorare aspetti nuovi dell’ambiente che li circonda sia in presenza che in assenza del genitore.

Viceversa, i bambini che hanno sperimentato esperienze continue di rifiuto del loro bisogno di affetto, e di ridicolizzazione delle loro richieste di contatto, o che hanno sperimentato una madre imprevedibile, una madre, in altri termini, alcune volte pronta ad accorrere ai segnali di paura e sconforto, e altre volte indifferente, elaborano un legame di attaccamento che viene definito insicuro-ansioso. Questi bambini manifesteranno ansia da separazione e, talvolta fobia scolastica.

Altri bambini mettono in atto comportamenti di falsa autonomia in quanto hanno appreso a negare i loro bisogni di sicurezza e a non esprimere le proprie emozioni legate a questi bisogni quale la rabbia, l’ansia, la tristezza.

I risultati di numerose ricerche mostrano le associazioni tra vari tipi di disadattamento sociale e le tipologie dell’attaccamento.

I bambini che sono coinvolti in legami di tipo ansioso-evitante sono aggressivi verso i compagni di gioco e tendono a rimanere isolati. Da adulti mostrano una falsa autonomia, non danno importanza ai legami di affetto, instaurano relazioni di coppia basate sulla freddezza, hanno comportamenti di rifiuto e di disconferma e possono ricorrere nei contesti sociali, a comportamenti dissociali e delinquenziali.

In associazione con l’attaccamento di tipo evitante possono essere presenti già in età infantile, disturbi emotivi, disturbi psicosomatici, disturbi della condotta in termini di isolamento ed aggressività, disturbi da deficit di attenzione in termini di iperattività e disturbi alimentari.

I bambini che hanno sperimentato una tipologia di attaccamento ansioso-ambivalente possono manifestare ansia da separazione, fobie, disturbi psicosomatici che possono richiamare l’attenzione dell’insegnante e strategie inconsce per mantenere il controllo su di esso.

L’enfasi che ho posto tra attaccamento e disordini della condotta non deve fare pensare ad una ineluttabilità tra le tipologie di attaccamento e comportamento. L’ambiente sociale e in particolare per i bambini, l’ambiente scolastico, può attenuare di molto il loro comportamento disturbato instaurando relazioni di senso inverso rispetto a quella iniziale. Nell’infanzia si può tantissimo per modificare certe visioni maladattive. Molti studi ne riportano le conseguenze positive.

Le relazioni con i coetanei

I compagni sono sorgenti di sfide e di risorse. Fin dall’inizio il bambino impara a integrare gli aspetti relazionali affiliativi con quelli di competizione e di supremazia. Le interazioni tra bambini vengono via via caratterizzate da forme sempre più astratte e rappresentazionali di scambio.

I bambini con attaccamento evitante, che vivono l’esperienza di un caregiver rifiutante o ostile sono costretti a sviluppare prematuramente strategie autonome di regolazione delle emozioni. Utilizzano risorse interne per minimizzare l’ansia e per non badare alle esperienze negative di tipo sociale o emotivo. Questi bambini imparano ad escludere dalla consapevolezza le emozioni negative; quindi, non hanno occasione di apprendere le abilità che consentono loro di regolare le emozioni e le esperienze negative perché raramente esprimono tali emozioni ed esperienze. Anche i bambini con relazioni di attaccamento ambivalente acquisiscono solo raramente le abilità per regolare in modo responsabile le proprie esperienze emotive e sociali, perché nelle loro interazioni con adulti si aspettano che siano i caregiver a eseguire queste regolazioni. Di conseguenza il loro adattamento nel contesto dei pari, che richiede abilità piuttosto avanzate, è scarso. Molti principi delle interazioni tra bambino e insegnante possono essere utilizzati per esaminare come le relazioni tra loro consentano al bambino di accedere alle risorse utili per adattarsi alle sfide incontrate nelle relazioni tra pari.

Studi epidemiologici hanno indagato come i bambini affrontano i conflitti con i loro coetanei.

Tra questi, Zimmermann e Grossmann (Età evolutiva, 1994), hanno studiato l'origine dei sentimenti di rabbia e delle altre emozioni in bambini con diverso tipo di attaccamento.

Essi sono arrivati alla conclusione che quando il genitore riesce a modulare la rabbia o la paura del figlio attraverso modalità rassicuranti di interazioni non solo gli consente di riconoscere tale emozione ma anche di renderla funzionale e a gestirla nelle situazioni sociali. Il bambino con un tipo di legame sicuro con la sua figura di attaccamento primario si mostra competente nelle transazioni con i coetanei e risolve i conflitti con la mediazione e l'accordo.

I bambini con manifestazioni insicure, viceversa, hanno modalità di relazione con i coetanei basate sulla paura di essere aggrediti o rifiutati, quindi manifestano impulsività e aggressività ostile per paura di essere aggrediti. Lo sviluppo della rabbia disfunzionale nei bambini insicuri/evitanti viene appresa durante il primo anno di vita a contatto con una madre che non risponde ai segnali di prossimità del figlio o che frequentemente si rifiuta o si arrabbia quando egli esprime il suo desiderio di contatto fisico per soddisfare il suo bisogno di sicurezza.

La sua imprevedibilità al soddisfacimento delle istanze di sicurezza del figlio lo porta a strutturare un modello interno di resistenza e di evitamento delle situazioni di intimità per la paura del rifiuto. Il bambino costruisce così un modello interno di sé come inadeguato e non meritevole di affetto e degli altri come minacciosi e inaffidabili.

La ricerca tende ad affermare che i Modelli Operativi Interni (M.O.I.) sviluppati ad un anno tendono a permanere e a consolidarsi nei bambini anche a quattro anni e mezzo, a dieci e a sedici anni di età.

Bambini di quattro anni e mezzo dei quali gli Autori conoscevano il loro modello di attaccamento, vennero osservati nell'interazione a scuola con gli insegnanti e con il gruppo dei pari. I bambini evitanti mostravano maggiore aggressività ostile nei confronti dei compagni ed erano molto più frequentemente vittime di aggressioni rispetto ai loro compagni sicuri mentre nell'aggressività reattiva si comportavano allo stesso modo.

Questi stessi ragazzi vennero descritti dai loro insegnanti come più timorosi, permalosi e preoccupati principalmente di ottenere abbastanza affetto, cibo, giocattoli, ecc., più sensibili all'ironia, alla critica e iper-reattivi alle più piccole frustrazioni e più facilmente si sentivano vittime manifestando una scarsa regolazione degli affetti.

L'aggressività assertiva, espressione di rabbia funzionale, tesa a riconquistare la stima di sé, è la manifestazione chiara, invece, di un attaccamento di tipo sicuro.

Attaccamento e competenza metacognitiva

Gli esiti dello sviluppo in termini di attaccamento dipendono in gran parte dalle capacità o competenze metacognitive della madre.

Esaminando le risposte al test del Sé riflessivo su un campione di madri appartenenti a famiglie deprivate di Londra, Fonagy ha scoperto che le madri con un alto grado di Sé riflessivo avevano figli con un attaccamento sicuro mentre quelle con un Sé riflessivo basso avevano figli con un attaccamento insicuro. L'attitudine alla riflessività viene appresa dal bambino nella relazione con la madre come protezione dalle ferite narcisistiche. Pertanto, "quando il bambino è in grado di attribuire il comportamento apparentemente distaccato e non responsivo della madre al suo (di lei) stato depressivo, piuttosto che alla propria cattiveria o alla propria incapacità di suscitare attenzione, è protetto, forse permanentemente, dalle ferite narcisistiche". Il bambino percepisce nell'attitudine del genitore, una immagine di se stesso come in grado di mentalizzare, desiderare e avere delle opinioni. Egli vede che il genitore ha di lui una rappresentazione come essere intenzionale. E' questa rappresentazione che viene internalizzata per formare il Sé. E' come se dicesse: " la mamma pensa a me come a qualcuno che pensa e dunque io esisto come essere pensante".

Destino dei diversi tipi di attaccamento

I Modelli Operativi Interni (M.O.I.) di sé e dell'altro nella relazione possono andare incontro a diversi destini. Uno di questi è offerto dalla possibilità di correggerli in ulteriori relazioni positive nelle quali un bambino è in grado di sperimentare una relazione significativa basata sull'accettazione e il contenimento. In questi casi i processi mentali male organizzati possono subire una revisione e così pure i Modelli Operativi Interni potranno strutturarsi su una maggiore fiducia in sé e sulla visione degli altri come meno pericolosi e più accessibili.

Il monitoraggio dei meccanismi difensivi dovrebbe evidenziare risposte basate più sui processi identificativi con figure di attaccamento positive o su aspetti positivi della comunicazione che impegnate ad arginare attacchi dall'esterno.

Questo processo dovrebbe inoltre essere favorito dall'apprendimento di competenze autoriflessive cioè della relativizzazione dei propri processi di pensiero e di quelli degli altri. Una immagine di sé positiva in rapporto ad altri disponibili e non svalutanti si instaura anche a partire dalla conquista di competenze sociali nel proprio ambiente di gioco e di studio.

L'insieme dei fattori protettivi che concorrono alla strutturazione di una buona immagine di sé nei rapporti con gli altri include anche lo stabilirsi nell'infanzia di relazioni amicali intense ed esclusive e il potersi affidare alle proprie percezioni per valutare con buona approssimazione e dare significato agli eventi e agli accadimenti. In questa prospettiva assumono particolare importanza i comportamenti delle figure adulte nella scuola per gli scolari e il loro giudizio nella valutazione del loro comportamento.

La relazione bambino – insegnante

Da quanto riportato si comprende facilmente che il legame emotivo tra adulto e bambino costituisce una delle risorse più importanti per i bambini, soprattutto per quelli che non hanno avuto modo di stabilire relazioni sicure con le proprie “figure di attaccamento” iniziale.

Per un insegnante, la comprensione dei processi di base che dirigono lo sviluppo evolutivo dei bambini permette di contribuire alla progettazione di interventi efficaci per il cambiamento.

La teoria dell’attaccamento di Bowlby, può essere messa a fondamento dei cambiamenti realizzabili in una classe scolastica. Questa teoria, nella sua applicazione alla psicologia dello sviluppo, presenta spunti utili per comprendere i fattori di rischio di devianza e focalizzare l’attenzione sull’opportunità di privilegiare le interazioni tra allievi e insegnanti per modificare la traiettoria dei percorsi evolutivi dei bambini.

Il bambino come sistema in sviluppo

Il bambino, considerato come sistema in sviluppo, ci permette di comprendere meglio l’influenza del contesto (la famiglia, la scuola, la classe) nell’attivazione di una relazione. In altre parole si tratta di esaminare i processi reali che sono responsabili dei risultati problematici nonchè le modalità in base alle quali il rischio si trasforma nei comportamenti problematici o nell’insuccesso scolastico.

Esaminando i processi sottostanti i vari percorsi evolutivi si ha la possibilità di valutare le risorse disponibili per lo sviluppo e di comprendere come agevolare il bambino nell’accesso a tali risorse.

La significatività della relazione definisce la competenza esplorativa, il senso stabile del sé, l’adattamento e l’autoregolazione

Le interazioni adulto – bambino, che sono veicolo delle competenze scolastiche, hanno l’obiettivo di aumentare le abilità del bambino in un certo campo, ma, nonostante ciò, hanno luogo in un contesto relazionale e sono influenzate dalla qualità delle relazioni in cui sono incorporate. Così come le relazioni tra madre e bambino classificate come intrusive sono parallelamente relazioni in cui la capacità di problem solving è ridotta, l’istruzione impartita è di scarsa qualità, la comunicazione è poco sincronizzata, il feed- back è distorto o poco preciso e i bambini vivono gravi frustrazioni e insuccessi, un bambino che si sente emotivamente isolato e lontano dal suo insegnante non imparerà dalle interazioni con lui tutto ciò che apprenderà, invece, un altro bambino che con l’insegnante ha un rapporto di vicinanza e affetto.

La competenza esplorativa

L’adattamento precoce del bambino pone le basi per la competenza successiva: la competenza esplorativa e la possibilità di sfruttare le proprie risorse interne, dipendono dall’aver appreso in precedenza a usare il caregiver primario come sorgente di supporto per l’esplorazione. In questo modo lo sviluppo si costruisce sulle proprie fondamenta.

Con queste risorse le vecchie strutture dell’adattamento verranno mobilitate per far fronte alle nuove sfide.

Nel contesto dell’interazione il bambino e il suo caregiver mescolano i loro comportamenti al fine di stabilire le routine che gettano le basi per il raggiungimento del senso del sé e delle relazioni. Questi pattern si ampliano fino a comprendere il gioco interattivo e formano una matrice relazionale che organizza il piccolo di fronte a stimolazioni sempre più complesse. Pattern comportamentali disadattivi caratterizzati da caregiver non disponibili o imprevedibili sono alla base dell’attaccamento insicuro con compromissione della capacità all’esplorazione autonoma e autoregolazione inadeguata.

Le figure di adulti diversi dai genitori, come gli insegnanti, possono essere gli obiettivi di strategie associate all’attaccamento che si sono sviluppate in altri contesti relazionali e, cosa più importante, questi adulti possono fornire al bambino nuove esperienze relazionali di sufficiente forza, intensità e coerenza da aiutare il bambino ad usare l’adulto in maniera più competente.

La fiducia in se stessi e l’autonomia

Ciò che sembra essere una capacità o un’abilità insita nel bambino (per esempio, la fiducia in se stesso o l’indipendenza) ha in realtà un’origine relazionale; la capacità di esplorare il mondo è costruita sui fondamenti relazionali dell’attaccamento ed è sostenuta nel contesto dalle relazioni attualmente disponibili per il bambino e dal modo in cui tali relazioni accettano e sostengono la sua emergente autonomia.

E’ chiaro il legame tra la fiducia in se stessi e la competenza in classe. Il comportamento che i bambini manifestano in classe (il sostegno e i limiti stabiliti da parte degli adulti, l’orientamento al problem solving, l’esplorazione e la padronanza da parte del piccolo) ha radici profonde in questa fase dello sviluppo che emerge nel secondo anno di vita e continua per molti anni.

A questo proposito Pianta e coll. (1997) hanno dimostrato che le competenze sociali e quelle associate al compito nei bambini della scuola materna sono connesse alla presenza di una base sicura nelle loro relazioni con le madri e con gli insegnanti.

La fiducia in sé riguarda la motivazione del bambino a esplorare, la sua perseveranza di fronte alla frustrazione e l’uso efficace degli adulti come risorse, l’abilità allargata di organizzare e coordinare le risorse ambientali e personali.

Si tratta di abilità che entrano in gioco quando le richieste ambientali nei confronti del bambino diventano più complesse e astratte.

Lo sviluppo dell’autoregolazione

Nel modello di Greespan l’uso organizzato e intenzionale delle parole, dei pensieri, delle idee, dei concetti e delle interazioni ai fini dell’autoregolazione è il segno distintivo dello sviluppo infantile. Questo si esprime nella possibilità di creare immagini interne e condividerle con altri attraverso i simboli e le idee.

Negli anni della scuola primaria, questi processi simbolici sono messi a servizio dell’autoregolazione comportamentale ed emotiva.

Deficit nella simbolizzazione e inadeguatezza delle rappresentazioni interne portano i bambini a non riuscirsi ad adattare a nuove situazioni. In questi casi, se la tensione e la sfida sono eccessive, anche le parole falliscono nel loro intento e può essere necessario ricorrere alla comunicazione gestuale per stabilire una connessione funzionale tra il bambino e il contesto.

Nelle normali capacità rappresentazionali dei bambini le parole e le frasi “Non mi piace quando mi dai fastidio così” sostituiscono un comportamento (per esempio, un colpo sul braccio o una spinta) per esprimere le proprie emozioni, le intenzioni, i bisogni, il conforto e lo scopo.

Bowlby (1969) l’ha definita la fase della “partnership orientata allo scopo”, quando il bambino e il genitore negoziano obiettivi comuni e li pianificano usando simboli condivisi. Le interazioni tra il bambino e il contesto, generalmente con gli insegnanti o i genitori, devono essere reciproche e devono condividere significati o percezioni simili riguardo alla situazione.

Il senso stabile del sé e l’autoregolazione

Dal momento che l’adattamento dipende da processi di rappresentazione piuttosto sofisticati i bambini manipolano intenzionalmente il linguaggio, i simboli e le rappresentazioni interne al servizio dell’autocontrollo, dell’interazione con i pari, della soluzione di conflitti, del conseguimento degli obiettivi, della soluzione di problemi e della gestione delle informazioni.

La comunicazione degli stati affettivi consente agli adulti di svolgere il ruolo di regolatori dell’esperienza emotiva del bambino e di consolidare l’ immagine di “base sicura”, da cui i bambini partiranno per esplorare il mondo.

Gli insegnanti, come i genitori, hanno una vita emotiva propria che viene alla luce nelle relazioni che instaurano in classe con gli allievi e che ha profonde conseguenze comportamentali.

Le capacità delle relazioni di agire da meccanismo di regolazione funzionano in tutti gli ambiti della comunicazione in classe. Sapere interpretare gli stimoli e reagire ad essi, fornire un feed back accurato e ben sincronizzato sulla prestazione e sostenere il bambino nei periodi di frustrazione legati alle situazioni problematiche sono tutti processi che caratterizzano i sistemi adulto-bambino ben funzionanti.

La relazione problematica e il ricorso alle rappresentazioni regolate

Tra i segnali di una relazione problematica vi è la sensazione di trovarsi in una situazione di stallo con un certo bambino.

Così, valutata da entrambe le prospettive, quella del bambino e quella dell’insegnante, la relazione risulta problematica quando l’uno o l’altro dei partecipanti riporta prevalentemente emozioni negative nei confronti della relazione, un pattern di coinvolgimento eccessivo o troppo contenuto, o entrambi. Tali situazioni “bloccate” si verificano quando il bambino e l’insegnante hanno ruoli prestabiliti e interazioni che producono esperienze e sentimenti negativi, come quando l’insegnante riconosce di non poter fare a meno di reagire in un certo modo nei confronti di un bambino, quando la sua percezione dei bambini è uniforme (negativa) e resistente a ogni cambiamento o a qualsiasi variazione nelle situazioni, o quando si aspettano risposte negative dai bambini, indipendentemente dai loro sforzi.

Essere in grado di mettersi in discussione è una prerogativa del maestro efficace.

L’analisi delle rappresentazioni che l’insegnante ha nei confronti dei bambini o di quel particolare bambino e di se stesso con i bambini, è la pietra angolare del nostro intervento.

Si tratta di aiutare a comprendere il segno e il significato delle proprie esperienze con i bambini, le proprie rappresentazioni di queste esperienze, l’effetto che le credenze e le aspettative hanno sul proprio comportamento, e capire come queste esperienze siano collegate a quelle vissute in altre relazioni.

Il permanere di situazioni conflittuali in classe è, ad esempio, un indice della percezione di se stessi come un componente inefficace della relazione, per varie ragioni incapace di tenere il controllo della situazione ma anche come necessità che , se non si ha il controllo pieno della situazione, si è un “cattivo” insegnante. In questo modo l’esigenza del controllo, agendo a spirale, definisce l’incapacità ad ottenere il controllo.

Il modello rappresentazionale che l’insegnante ha dei bambini (o di un genere di bambino) si basa sulla sua esperienza. Queste rappresentazioni governano il comportamento dell’adulto nei confronti del bambino e si autorinforzano nel tempo. Esse diventano rappresentazioni di sé e dell’altro che possono limitare anche gravemente il comportamento e, con il passar del tempo, diventare sempre più stabili.

Paolo Mancino

La paziente si presenta alla consultazione dopo un ennesimo litigio con il compagno sfociato in atti violenti, percosse e sequele giudiziarie. Asserisce di essere stata in consultazione da un numero imprecisato di professionisti sia in ambito pubblico che privato anni prima

Avete capacità di visualizzazione ?

Avete, cioè, la tendenza naturale a immaginare con gli occhi della mente fatti, circostanze e persone in modo abbastanza nitido?

Se avete queste capacità, bene, altrimenti si possono imparare.

La capacità di visualizzare, insieme a quelle uditive e tattili, cioè di rievocare o attualizzare nel "qui e ora", come se le immagini stessere dietro ai nostri occhi, sono competenze che aiutano nel superare l’ansia e stati confusivi. Chi non ha queste capacità abbastanza sviluppate e soffre di ansia fa bene a incominciare.

 Mediante l’uso appropriato della visualizzazione si può raggiungere un senso immediato di fiducia in sé stessi, sviluppare maggiore energia e vigore e utilizzare la propria mente per molti scopi produttivi.

Faccio applicare da un po’ la visualizzazione ai miei pazienti perchè superino con le immagini mentali e la fantasia paura e ansia, depressione, rabbia, senso di inferiorità e molte altre emozioni negative.

Con una buona disponibilità si possono superare cattive abitudini come il fumo e l’eccessiva alimentazione e trarre maggior piacere dal rapporto con la gente, diventare più creativi nel lavoro, ottenere buoni risultati nello sport e migliorare gli schemi generali di comunicazione.

 Quanto nitide sono le vostre immagini mentali?

 Incominciamo, quindi, a testare quanto nitidi sono le vostre immagini mentali con la scala di chiarezza delle immagini.

Facciamo una semplice prova. Vi sarà chiesto di formare certe immagini. Se la vostra immagine è “molto chiara”, classificatela con un 4; se è “moderatamente chiara” con un 3, se è “abbastanza chiara” con un 2 e se è “confusa” con un 1 e, se non riuscite a formare una immagine o se questa è “molto confusa”, classificatela con uno 0. Dopo aver letto ogni voce , chiudete gli occhi, create l’immagine più chiara possibile e quindi registrate la vostra classificazione.

Pensate a un vostro parente o amico molto intimo:

Classificazione (0,1,2,3,4)

1. vedetelo in piedi di fronte a voi …………………………………………

2. immaginatelo mentre ride………………………………………………..

3. raffiguratevi i suoi occhi…………………………………………………

4. visualizzate un cesto di frutta……………………………………………

5. immaginate di guidare in una strada arida e polverosa………………….

6. vedete voi stessi mentre tirate una palla…………………………………

7. immaginate la casa della vostra infanzia………………………………..

8. vedete una spiaggia bianca e sabbiosa…………………………………..

9. immaginate di guardare in una vetrina…………………………………...

10. vedete uno schermo televisivo vuoto…………………………………….

11. immaginate l’abbaiare di un cane………………………………………...

12. immaginate il rumore di un petardo che scoppia………………………...

13. sentite il calore di una doccia calda………………………………………

14. immaginate di sentire al tatto della cartavetrata…………………………

15. raffiguratevi mentre sollevate un oggetto pesante……………………….

16. immaginate mentre salite una ripida scala……………………………….

17. immaginate il sapore del succo di limone……………………………….

18. pensate di mangiare un gelato……………………………………………

19. immaginate l’odore del cavolo mentre è in cottura……………………...

20. immaginatevi mentre aspirate il profumo di una rosa……………………

Un punteggio perfetto di 80 significherebbe che ogni voce ha ricevuto un 4 e che la visione (la sensazione, l’odore, il sapore o la percezione) dell’immagine è stata molto chiara. Pochi totalizzeranno 80. Se il punteggio è 60 o più, significa che avete una buona capacità di creare immagini mentali. Se il vostro punteggio totale è inferiore a 30, dovete esercitarvi.

 

Una buona visualizzazione è importante per l’applicazione delle strategie per tirarsi su quali:

- prove del comportamento desiderato per acquistare fiducia e capacità;

- rappresentazione esagerata del ruolo (per superare la paura degli esami);

- superare il panico da palcoscenico (fobie sociali e ansia da prestazione);

- migliorare le prestazione e i rapporti sul luogo di lavoro;

- preoccuparsi meno della disapprovazione degli altri;

- esprimere opinioni sincere;

- dire no a richieste irragionevoli o insensate;

- assumersi rischi psicologici;

- vincere la tristezza e lo sconforto;

- superare le disfunzioni sessuali;

- curare i disturbi psicosomatici (dermatiti, ipertensione, emicrania, colite, insonnia);

- vincere paure immotivate (fobie e attacchi di panico);

- superare lutti e traumi nei bambini;

- diminuire l’ansia di separazione e i comportamenti oppositivi nei bambini e migliorare la performance scolastica;

- diminuire l’ansia di separazione negli adulti e migliorare i rapporti amorosi;

- comportarsi da buon genitore (da genitore “sufficientemente buono”).

 

 

ALCUNI CONSIGLI UTILI AI GENITORI

(Ciò che non bisogna fare)

1. Non dire semplicemente “non fare questo” se non puoi aggiungere “ma fai quest’altro”

2. Non chiamare capricci qualcosa, quando vuoi soltanto dire che “ti disturba”

3. Non parlare della vita dei figli in loro presenza; e non credere, più in generale, che non ascoltino, non osservino e non capiscano

4. Non interrompere mai quello che i bambini stanno facendo senza aver loro dato qualche preavviso con un certo anticipo

5. Non dimostrare il tuo affetto verso tuo figlio con un numero eccessivo di carezze, ma provvedendo ai suoi bisogni

6. Non “portare a passeggio” tuo figlio, ma vai a passeggio con lui

7. Non esitare a fare delle eccezioni alla regola

8. Non darti pensiero se il bambino cade, o non vuol mangiare, ecc. fai ciò che serve invece di preoccuparti e di lamentarti

9. Non prendere in giro il bambino e non essere sarcastico: ridi con tuo figlio e non di tuo figlio

10. Non mostrare tuo figlio agli altri come un oggetto, e non farne un giocattolo

11. Non fare prediche morali al tuo bambino , e, se ti dovesse capitare, non sorprenderti e non arrabbiarti se egli si mostra annoiato

12. Non credere che il bambino capisca ciò che gli stai dicendo , solo perché glielo dici

13. Non pretendere, se dici o fai qualcosa trasportato dalla collera, di averlo fatto per il bene del bambino; l’inganno è più dannoso di un carattere irascibile ma sincero

14. Non rompere le promesse, e non farne se sai di non poterle mantenere

15. Non mentire, e non eludere le domande del bambino

Commetteremmo un grossolano errore se volessimo attribuire al termine "sessualità" un significato circoscritto e preciso. dai quesiti che spesso ci sono giunti, anche da parte di educatori di scuole elementari, si intuisce che le incertezze...

Voglio descrivere quello che accade quando a un paziente viene diagnosticato che il suo malessere e il comportamento disfunzionale che ne deriva, dipende da un incastro nella sua famiglia.

Un incastro è una condizione relazionale fatta di accordi taciti e condizioni non condivise e non accettate ma sopportate, implicite, che mantengono comunque la relazione anche a scapito della chiarezza, della autenticità e della condivisione. In ogni famiglia esistono accordi taciti, dettati dal buon senso o dalla sopportazione ma i livelli di comunicazione, di condivisione e consapevolezza sono diversi. In quelle famiglie dove la comunicazione è carente il fenomeno dell’ingarbugliamento e della poca o nulla chiarezza nasconde e copre conflitti che possono celare condizioni esplosive. Infatti diventa molto facile l’aggressività per questioni banali, la denigrazione e la rassegnazione. In questi casi la relazione è basata sul “non detto” e la comunicazione è fatta di frasi fatte, luoghi comuni ed estremamente povera. Non si approfondisce per non scoprire fatti penosi e fonte di screzi e dissapori. Qualche volte si dice: “Non entro nella questione altrimenti dovrei ucciderti”.

Un mio paziente (che chiameremo Fausto), mi frequentava per rendere la sua forte ansia più innocua e lamentava alcune difficoltà personali, la più importante delle quali era un disturbo viscerale – colite – che si presentava sotto forma di percezione di incontinenza. Associato a questo, Fausto soffriva di dolori addominali quasi costantemente ed era molto preoccupato per la sua salute, tanto che si allarmava per qualsiasi dolore sospetto. Il rapporto con la moglie si era logorato da tempo e lui oramai ultracinquantenne si era rassegnato a non chiederle il sesso. Di carattere chiuso egli affermava di avere un ottimo rapporto con il figlio unico (30enne) con cui condivideva varie cose.

Il motivo per cui era venuto in terapia era perché lui non consentiva al figlio di usare l’auto.

Fausto era rammaricato di questo fatto e si dispiaceva che il figlio non potesse prendere l’auto anche per cose importanti. Ovviamente il figlio era convivente e possedeva la patente di guida. Il padre confessava che il rapporto con il figlio si limitava a una comunicazione superficiale sebbene insistesse che il loro fosse un “ottimo rapporto”.

Il divieto del genitore era esclusivamente morale. Il figlio infatti, non voleva contraddire il padre il quale si sentiva male quando il figlio prendeva l’auto, soprattutto quando lui gli sedeva accanto.

Comunque, il figlio era così ligio al divieto morale del padre che veramente non prendeva mai l’auto oramai da alcuni anni; 4 per la precisione, cioè da quando possedeva la patente di guida.

Dato che ho un rapporto alquanto chiaro e onesto con i miei pazienti domandai a Fausto fin dalla prima seduta perché egli non si era domandato il motivo del mancato dissenso del figlio e della conseguente, eventuale, scelta da parte sua di prendersi l’auto nonostante il divieto del genitore. A questa domanda non rispondeva; e quando gli domandavo se ciò ai suoi occhi fosse normale lui si dilungava su quanto fosse “normale” il loro rapporto.

Allora mi decisi a informarlo su alcuni meccanismi psicologici che agiscono a livello relazionale e non costituiscono un disturbo del singolo ma è la stessa relazione a risultarne compromessa.

Come a dire che certi discorsi vengono coperti dal silenzio per paura che questi disturbino l’equilibrio fino a quel momento instaurato e che senza il quale poteva insorgere il disordine.

Spiegai anche che questi “non detti” fanno parte di storie comuni in molte famiglie e che forse sarebbe stato il caso di fare venire a consultazione anche il figlio. Questo mi avrebbe permesso di valutare la mia ipotesi che il disturbo includeva la relazione tra loro e non fosse un fatto esclusivamente individuale.

Mi dilungai -come faccio spesso- sull’argomento, citando casi e autori e invitandolo a leggere anche sull’argomento. Inaspettatamente però il signor Fausto mi scrisse una mail qualche giorno dopo, nella quale mi annunciava la sua interruzione della psicoterapia in quanto non confacente alla sua realtà.

Niente di più chiaro. Pur di non affrontare in modo più approfondito la relazione col figlio e addivenire ad un chiarimento forse esaustivo, il signor Fausto preferì non affrontare e continuare a mantenere il suo sintomo.

Ripeto quanto ho già scritto in premessa: spesso ci domandiamo come mai certe persone che accettano di intraprendere un percorso psicoterapeutico, con tutto quello che comporta questa scelta in termini di tempo, impegno e spesa economica, poi compiono delle azioni assolutamente contraddittorie e controproducenti.

La mia interpretazione è che queste stesse persone, nel compiere queste azioni così irrazionali non fanno altro che riprodurre l’origine della loro incapacità di affrontare senza evitare.

Forse è qui il segreto di un serio impegno a superare le proprie difficoltà emotive e comportamentali, quello di imparare ad affrontare e smettere di rinviare o nascondersi. Per ottenere cambiamenti e usufruire al meglio della psicoterapia bisogna in primo luogo porsi in collaborazione con lo specialista, apprendere a modificare alcune credenze circa il proprio funzionamento e anche una certa dose di coraggio.

Test per la determinazione dello stile relazionale secondo la teoria dell'attaccamento

Apponi una croce sulla casella che ritieni opportuno

1) Gli alunni si mostrano emotivamente in difficoltà per nascondere

la loro impreparazione alla lezione (A)

2) Gli alunni simulano per attirare l'attenzione dell'insegnante

su problematiche che non c'entrano con le cose scolastiche (A)

3) Nella comunicazione lascio esprimere (B)

4) Avere un buon rapporto con i miei alunni non è una cosa indispensabile (A)

5) Solitamente sono disposto ad accogliere il punto di vista altrui (B)

6) Provo ansia quando non riesco a mantenere il controllo della disciplina (C)

7) Posso coinvolgermi emotivamente senza perdere il controllo (B)

8) Nella normale comunicazione in classe sono rispettoso dei tempi indivi

duali degli alunni (B)

9) Non giustifico quegli alunni che non si preoccupano di acquisire un buon

metodo di studio (C)

10) Quando si presenta un problema in classe con gli alunni accetto di

discuterne rinunciando anche a concludere la normale lezione (B)

11) Sono fisicamente affettuoso con i miei alunni (B)

12) Mi da fastidio essere toccato dai miei alunni (A)

13) Quando intraprendo una discussione in classe mi mostro possibilista

sugli esiti (B)

14) In generale, quando le discussioni si prolungano, interrompo e ristabilisco

l'ordine (C)

15) Mi accorgo di richiedere l'approvazione dei miei alunni (C)

16) Mi capita di non essere rispettoso dell'intimità dei miei alunni (C)

17) Nelle situazioni conflittuali ho paura di perdere il controllo (C)

18) Non sopporto le persone eccessivamente dipendenti (A)

19) Nelle situazioni conflittuali non ho paura della perdita del controllo (B)

20) Provo fastidio quando il solito alunno mi chiede più volte spiegazioni su

argomenti gia spiegati (A)

21) Solitamente in classe non faccio apprezzamenti negativi sulla persona

degli alunni (B)

22) Provo un senso di disperazione quando non riesco a spiegarmi perché

certi alunni mi si oppongono in modo ingiustificato (C)

23) Il rapporto con i miei alunni è bellissimo (A)

24) Mi sento impotente quando la maggior parte della classe non

studia la lezione del giorno (C)

25) Il programma deve assolutamente essere concluso (A)

26) I miei alunni mi raccontano anche cose futili pur di parlare con me (B)

27) Solitamente aiuto e incoraggio i miei alunni che sono in difficoltà (B)

28) Mi arrabbio se gli alunni mi criticano senza una giusta ragione (C)

29) Mi sento giudicato quando non riesco a portare avanti il programma

per l'inettitudine dei più (A)

30) In certi momenti sento che il mio lavoro è inutile (C)

31) I miei alunni sono tutti straordinari (A)

32) Per mantenere il controllo della classe è necessario tenere gli alunni

ad una certa distanza (A)

33) I miei alunni non hanno nessun problema affettivo (A)

34) Essere autonomi è il primo obiettivo dell'insegnamento scolastico (A)

35) Se gli alunni non fanno completamente silenzio non inizio la lezione (C)

36) La gestione degli affetti è un argomento che non interessa la scuola (A)

37) Il rapporto con certi alunni è eccessivamente logorante (C)

38) Consiglio ai miei colleghi giovani di tenere il pugno di ferro con

certe classi (C)

39) Con i miei alunni sono comprensivo e tollerante (B)

40) Mantenere la disciplina non è la prima cosa in una classe scolastica (B)

41) Con certi alunni non so proprio come fare (C)

42) So esattamente cosa fare in ogni circostanza nelle mie classi (A)

43) I colleghi hanno sempre qualcosa da dire se non mantieni l'ordine nelle

tue classi (C)

44) I miei alunni mi consultano spesso quando vivono situazioni difficili (B)

45) Solitamente aiuto e incoraggio i miei alunni che sono in difficoltà (B)

(A) : 1,2,4,12,18,20,23,25,29,31,32,33,34,36,42

(B) : 3,5,7,8,10,11,13,19,21,26,27,39,40,44,45

(C) : 6,9,14,15,16,17,22,24,28,30,35,37,38,41,43

AIPSS

Associazione Italiana di Psicologia Scolastica (Dott. P. Mancino)

Test per la determinazione dello stile relazionale secondo la teoria dell'attaccamento

Apponi una croce sulla casella che ritieni opportuno Quasi Spesso Talvolta Mai

sempre

1) Gli alunni si mostrano emotivamente in difficoltà per nascondere la

loro impreparazione alla lezione __________________________________________________________

2) Gli alunni simulano per attirare l'attenzione dell'insegnante

su problematiche che non c'entrano con le cose scolastiche ____________________________________

3) Nella comunicazione lascio esprimere _____________________________________________________

4) Avere un buon rapporto con i miei alunni non è una cosa indispensabile __________________________

5) Sono disposto ad accogliere il punto di vista altrui____________________________________________

6) Provo ansia quando non riesco a mantenere il controllo della disciplina ___________________________

7) Posso coinvolgermi emotivamente senza perdere il controllo ___________________________________

8) Nella normale comunicazione in classe sono rispettoso dei tempi indivi

duali degli alunni_______________________________________________________________________

9) Non giustifico quegli alunni che non si preoccupano di acquisire un

buon metodo di studio__________________________________________________________________

10) Quando si presenta un problema in classe con gli alunni accetto di

discuterne rinunciando anche a concludere la normale lezione___________________________________

11) Sono fisicamente affettuoso con i miei alunni________________________________________________

12) Mi da fastidio essere toccato dai miei alunni_________________________________________________

13) Quando intraprendo una discussione in classe mi mostro possibilista

sugli esiti_____________________________________________________________________________

14) In generale, quando le discussioni si prolungano, interrompo e

ristabilisco l'ordine_____________________________________________________________________

15) Mi accorgo di richiedere l'approvazione dei miei alunni________________________________________

16) Mi capita di non essere rispettoso dell'intimità dei miei alunni___________________________________

17) Nelle situazioni conflittuali ho paura di perdere il controllo_____________________________________

18) Non sopporto le persone eccessivamente dipendenti___________________________________________

19) Nelle situazioni conflittuali non ho paura della perdita del controllo______________________________

20) Provo fastidio quando il solito alunno mi chiede più volte spiegazioni

su argomenti gia spiegati________________________________________________________________

21) Solitamente in classe non faccio apprezzamenti negativi sulla persona

degli alunni___________________________________________________________________________

Quasi Spesso Talvolta Mai sempre

22) Provo un senso di disperazione quando non riesco a spiegarmi perché

certi alunni mi si oppongono in modo ingiustificato____________________________________________

23) Il rapporto con i miei alunni è bellissimo_____________________________________________________

24) Mi sento impotente quando la maggior parte della classe non

studia la lezione del giorno________________________________________________________________

25) Il programma deve assolutamente essere concluso_________________ ____________________________

26) I miei alunni mi raccontano anche cose futili pur di parlare con me_______________________________

27) Aiuto e incoraggio i miei alunni in difficoltà_____________________ ____________________________

28) Mi arrabbio se gli alunni mi criticano senza una giusta ragione_______ ____________________________

29) Mi sento giudicato quando non riesco a portare avanti il programma

per l'inettitudine dei più___________________________________________________________________

30) In certi momenti sento che il mio lavoro è inutile______________________________________________

31) I miei alunni sono tutti straordinari_________________________________________________________

32) Per mantenere il controllo della classe è necessario tenere gli alunni

ad una certa distanza_____________________________________________________________________

33) I miei alunni non hanno nessun problema affettivo_____________________________________________

34) Essere autonomi è il primo obiettivo dell'insegnamento scolastico____ ____________________________

35) Se gli alunni non fanno completamente silenzio non inizio la lezione______________________________

36) La gestione degli affetti è un argomento che non interessa la scuola_______________________________

37) Il rapporto con certi alunni è eccessivamente logorante_________________________________________

38) Consiglio ai miei colleghi giovani di tenere il pugno di ferro con

certe classi____________________________________________________________________________

39) Con i miei alunni sono comprensivo e tollerante_______________________________________________

40) Mantenere la disciplina non è la prima cosa in una classe scolastica_______________________________

41) Con certi alunni non so proprio come fare____________________________________________________

42) So esattamente cosa fare in ogni circostanza nelle mie classi_________ ___________________________

43) I colleghi hanno sempre qualcosa da dire se non mantieni l'ordine

nelle tue classi_________________________________________________________________________

44) I miei alunni mi consultano spesso quando vivono situazioni difficili______________________________

45) Solitamente aiuto e incoraggio i miei alunni che sono in difficoltà_________________________________

<< Inizio < Prec. 1 2 Succ. > Fine >>
Pagina 1 di 2
Ipnositerapia
utenti on line
 1 visitatore online